Processo Meta, inflitti oltre 260 anni di carcere. Pena severa per De Stefano

Schermata 2014-05-07 a 14.33.39Oltre 260 anni di carcere sono stati inflitti dal tribunale di Reggio Calabria ai boss della ‘ndrangheta imputati nel processo “Meta”. Al termine di una camera di consiglio durata cinque giorni, il collegio presieduto da Silvana Grasso ha inferto una mazzata durissima agli esponenti apicali dell’organizzazione mafiosa reggina. Tiene alla grande, dunque, l’impostazione accusatoria del sostituto procuratore Giuseppe Lombardo ed è forse questo l’aspetto che più di tutti rappresenta una svolta. Per la prima volta, infatti, viene certificato da un punto di vista giudiziario, l’esistenza di una ‘ndrangheta che non è più soltanto quella conosciuta nel corso degli anni, ma che si compone anche di una parte “invisibile”.

La pena più pesante è stata inflitta al boss Giuseppe De Stefano. Per lui sono stati 27 gli anni di reclusione. Vent’anni, invece, a Pasquale Condello “il Supremo”, a fronte dei 30 richiesti. Ventitre anni di prigione sono stati decisi per Domenico Condello “gingomma”, mentre Pasquale Libri e Giovanni Tegano hanno rimediato una condanna a 20 anni di reclusione ciascuno. Pena assai pesante anche per il boss della zona tirrenica della fascia costiera reggina, Pasquale Bertuca, per il quale il collegio ha deciso una condanna a 23 anni di reclusione. Cosimo Alvaro, ritenuto il capo dell’omonima cosca operante a Sinopoli, ma con ramificazioni anche in città di Reggio Calabria, è stato condannato a 17 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione. Giovanni Rugolino, invece, dovrà scontare 18 anni e 4 mesi di reclusione. Mano pesante anche per Antonino Imerti, che è stato condannato a 21 anni di prigione.

Disposta la condanna al risarcimento del danno per le costituite parti civili, nella quantificazione di 2 milioni di euro per le varie istituzioni e 500mila euro per l’associazione Libera, nonché per i diversi Comuni coinvolti.

Ha avuto ragione, dunque, il pm Giuseppe Lombardo. Ci sono volute centinaia di udienze, migliaia di ore di lavoro, una camera di consiglio di cinque giorni circa. Ma alla fine il risultato è arrivato: la ‘ndrangheta non è più soltanto un’organizzazione fatta di boss “visibili”, come possono essere gli stessi Giuseppe De Stefano o Pasquale Condello. No, perché la peculiarità di questa sentenza è proprio quella di diventare una base imprescindibile per il futuro lavoro della Dda di Reggio Calabria. Non è un mistero che il pool di magistrati capeggiati da Federico Cafiero de Raho sta letteralmente riscrivendo gli ultimi quarant’anni di storia della città. E lo sta facendo tenendo presenti tutti gli elementi che in questo periodo sono emersi, così come i vecchi archivi, dove molto spesso sono quasi nascosti documenti, dichiarazioni e fascicoli che hanno un peso enorme per spiegare ciò che è oggi la ‘ndrangheta. Un’organizzazione che può contare anche su una componente “invisibile”, una sorta di direzione strategica che decide in maniera silenziosa, come orientare le scelte del “contropotere mafioso”.

Non si dimentichi la dura requisitoria del pm Lombardo, durante la quale il sostituto procuratore non mancò di lanciare duri attacchi anche alla sua stessa categoria, chiedendosi com’è possibile che si parli sempre di risultati storici e straordinari nella lotta al crimine organizzato e poi in centinaia di convegni e relazioni si continui a dire che la ‘ndrangheta cresce sempre di più e diventa ogni giorno più ricca e potente. Ed in effetti qualcosa che non torna c’è. Per questo la ricostruzione del pm apre squarci fino ad oggi inesplorati. All’epoca di Olimpia, probabilmente non vi erano gli elementi adeguati affinché potesse reggere un’impostazione simile. Non c’erano prove per giungere «serenamente» a parlare degli invisibili della ‘ndrangheta, di coloro che stanno al di sopra dei vari De Stefano, Condello, Tegano e Libri. Oggi quegli elementi, invece, ci sono e la sentenza emessa pochi minuti fa lo conferma. Come in quasi tutti i settori della vita umana, però, molto spesso il germe della distruzione sta dentro l’organismo stesso. E proprio di questo ha approfittato il contropotere mafioso. «Quel sistema – si chiese Lombardo nella sua requisitoria – quando la meta, questa meta comincia ad avvicinarsi, sapete cosa comincia a fare? E in quest’aula non sono il solo che conosce determinate dinamiche, il contropotere privato avvia tutta una serie di operazioni finalizzate ad abbattere il rischio, perché il contropotere privato sa che per accertare determinate responsabilità non è necessario mostrare il danno che si provoca, perché nel nostro sistema questa tipologia di delitti, i reati di pericolo, sono dimostrabili». Anche se non citò direttamente i vari settori, fu chiaro il riferimento alla galassia dell’eversione, dei poteri occulti. Di una realtà parallela della quale la ‘ndrangheta si è storicamente nutrita a partire dagli anni ’70, proprio quando la prima guerra di mafia consegnò le chiavi della città alla famiglia De Stefano. Non passino inosservati i riferimenti che Lombardo fece a Concutelli e Freda. Sebbene lontani nel tempo, essi servono a ricostruire l’intricata rete di relazioni che ha fatto della ‘ndrangheta la mafia più forte. Perché il percorso è iniziato da molto lontano e quand’anche si è cercato di fermarlo, il contropotere è intervenuto. Come? Minacciando, depistando, corrompendo, isolando, delegittimando. «Ce l’ha detto anche Nino Fiume», ricordò Lombardo in udienza. Perché fu proprio il pentito a narrare come con i magistrati le soluzioni sono due: se non si possono avvicinare, si delegittimano. E ciò vale tanto per le toghe che per altri settori della vita pubblica. Fiume tutto ciò l’ha appreso stando dentro la famiglia De Stefano.

Il pm parlò di «opera di distrazione». Messaggio chiaro: le indagini che nei decenni hanno riguardato il contropotere sono state fermate a più riprese, qualche volta anche facendo venire meno le risorse investigative in grado di gestirle. Addirittura Lombardo si spinse a ipotizzare un «apparente esercizio dell’azione penale». Perché quando il contropotere si sente minacciato reagisce, anche se a pagare è il “socio di minoranza”, ossia l’ala militare della ‘ndrangheta. Che subisce danni, «perde occasioni di guadagno, non beneficia più di percorsi preferenziali, viene scorporata da progetti imprenditoriali particolarmente redditizi, vedi Multiservizi, Leonia e altro, programmati per tempo – nel nostro caso, il 2002 –  perde il legame mediatico con il potere, è costretta ad affrontare crisi interne, deve subire tutta una serie di lamentele che provengono da determinate componenti che pensano di essere state dimenticate, non può fare altro che informare di questo stato di fibrillazione i soggetti riservati, che a loro volta si interfacciano con gli organismi decisionali centrali, che non trattiamo in questa sede, per trovare la soluzione migliore. È quella la base su cui il sistema criminale si riattiva. Le manifestazioni esteriori di questo sistema ci sono, solo che quando le manifestazioni esteriori sono costrette a fare passi, dobbiamo essere lì a coglierle».

A quanto pare, questa potrebbe essere davvero la volta buona per fare un salto ulteriore e definitivo nella lotta ad un fenomeno in costante cambiamento e contro il quale lo Stato rischia di essere in costante ritardo.

Consolato Minniti

ELENCO CONDANNE

Giuseppe De Stefano 27 anni

Pasquale Condello 20 anni

Domenico Condello 23 anni

Pasquale Libri 20 anni

Giovanni Tegano 20 anni

Pasquale Bertuca 23 anni

Cosimo Alvaro 17 anni 9 mesi e 10 giorni

Giovanni Rugolino 18 anni e 4 mesi

Antonino Imerti 21 anni

Francesco Creazzo 16 anni

Domenico Passalacqua 16 anni

Stefano Vitale 10 anni

Pasquale Buda 13 anni

Antonino Crisalli 6 anni e 1500 euro

Rocco Palermo 4 anni e 6 mesi

Antonio Giustra 3 anni e 6 mesi

Carmelo Barbieri 3 anni

Luciano Chirico ndp per morte del reo

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