Maria Cristina, la regina innamorata di Gesù

Da sinistra Iorfida, don Santoro, Regolo, Porfida

Da sinistra Iorfida, don Santoro, Regolo, Porfida

Regina e beata. Maria Cristina di Savoia, «manager umanitario», è riuscita, nella sua breve vita, a coniugare questi due ruoli, solo apparentemente incompatibili. Il nuovo libro del giornalista Luciano Regolo “Maria Cristina di Savoia. La regina innamorata di Gesù” (Kogoi Edizioni) è stato presentato venerdì pomeriggio a Reggio Calabria, nella chiesa di San Giorgio al Corso che ha operato in sinergia con i Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia, per il ciclo degli incontri dell’associazione culturale Anassilaos.

All’evento, oltre all’autore, erano presenti il parroco don Antonio Santoro, Anna Canale Parola, vicepresidente nazionale Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia e il presidente dell’Anassilaos Stefano Iorfida. Quest’ultimo ha ricordato le tristi vicende che, nelle settimane passate, hanno portato alla chiusura della testata “L’Ora della Calabria” di cui Regolo è direttore. «Ci siamo battuti con voi in questi mesi perchè crediamo fermamente – chiosa Iorfida – nella libertà di stampa, imprescindibile fondamento di uno stato democratico». E’ toccato poi alla Parola tracciare un breve excursus della biografia di Regolo, direttore, negli ultimi anni di molte testate nazionali. Di Maria Cristina di Savoia, Regolo si era già occupato negli anni Novanta, «avevo trattato il suo percorso biografico prima di intraprendere un mio cammino spirituale che oggi mi ha portato a vederla come una donna testimone di fede fino all’ultimo dei suoi giorni».
La figura di Maria Cristina di Savoia sfata il comune giudizio per cui una regina debba essere lontana da messaggi di cristianità e la sua vita ne è testimonianza. Racconta di una bambina speciale, Regolo, un figlio sul quale sul quale si tessevano grandi aspettative dopo la morte per vaiolo, a soli nove anni dell’erede al trono maschio, e tante figlie femmine venute alla luce dopo. Nacque però un’altra femmina. «La madre, Maria Teresa – spiega il giornalista – dopo l’iniziale delusione la consacrò alla Madonna della Bonaria e la battezzò nel suo stesso giorno della nascita, un segno che ritrovo nelle biografie di molti santi, come nel caso di San Pio da Pietrelcina». “Angeletto”, “Vecchina”, “Tintina” erano alcuni dei suoi soprannomi, giunta alla corte di Torino. In particolare, l’ultimo appellativo «era dovuto al fatto che suonasse una piccola campanella per radunare tutti per la recita del Rosario». Il Rosario e l’adorazione del Sacramento scandiranno la sua intera vita. «La distinguevano inoltre l’amore ed il rispetto per la natura, per i cerbiatti che voleva risparmiare dalla caccia e per gli uccelli dopo – chiarisce Regolo – in una sorta di amore “francescano” nel cercare il creatore nel creato». Vuole consacrarsi a Gesù, tiene lontani gli uomini dallo sguardo dei suoi occhi cerulei. Eppure furono ben nove i sovrani pretendenti e fu solo una riflessione a cui la indusse un prete che le rimase vicino tutta la vita a farle cambiare idea. “Sei sicura che Dio voglia questo da te?” chiese il prelato. Maria Cristina sposò Ferdinando II sovrano della Due Sicilie «e si impegnò ad essere moglie e sposa con la stessa dedizione che aveva caratterizzato la sua esistenza. Aiutava i poveri, anticipando l’impegno sociale e soprattutto portò a corte la sua semplicità, il suo fuggire la mondanità». Sono episodi di vita toccanti e scene intrise di preziosa umanità quelle riportate da Regolo. «Nel 1924 fu Benedetto Croce a dedicarle un breve saggio e, nonostante lui fosse lontano dalla religiosità, parlò di lei come di donna di profonda spiritualità». Maria Cristina chiese alla Madonna la grazia di avere un figlio, ma morì poco dopo per un’infezione post-parto. «Le sue ultime parole -conclude il direttore Regolo – furono quello per cui aveva sempre vissuto: “Credo in Dio, amo Dio, spero in Dio».

Gabriella Lax

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