Le municipalizzate di “Mafia Capitale” e il “modello Reggio”

Sono il “buco nero” del malaffare, spesso il luogo dell’intreccio perverso e diabolico tra la politica e il malaffare rappresentato spesso dalla criminalità organizzata. Si tratta delle società “municipalizzate”, come quelle al centro dell’inchiesta su “Mafia Cpitale” della procura di Roma che sta terremotando la politica nazionale. Sotto questo aspetto, emblematica è anche la vicenda delle “municipalizzate” di Reggio Calabria, indicata tra le cause dello scioglimento del Comune amministrato dal centrodestra e riportata oggi da Il Sole 24 Ore. Ecco il testo dell’articolo apparso sul principale quotidiano economico d’Italia.

Quel reticolato stretto e infinito di piccole e grandi aziende municipalizzate. È proprio qui che sembra annidarsi principalmente la piaga della commistione tra malaffare di impronta criminale e mala gestione derivata dall’inefficienza della politica locale. Oltre 8.000 società gestite a livello territoriale che rappresentano l’ultima non trascurabile appendice di quel socialismo municipale dal quale da tempo in molti chiedono di uscire rapidamente un intervento secco di riduzione drastica della galassia municipalizzate che è stato rilanciato nelle ultime ore da quasi tutti i partiti e dallo stesso premier, Matteo Renzi.A prospettare un intervento deciso era stato già negli scorsi mesi l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Che in linea con gli obiettivi dell’Esecutivo aveva considerato possibile in 3 o 4 anni al massimo una riduzione da oltre 8mila aziende a partecipazione locale e regionale a non più di 1.000. A cominciare dal 2015 con la chiusura di almeno 2.000 partecipate, partendo da una fetta delle “scatole vuote” ovvero quelle con meno di 6 dipendenti (sono la bellezza di 3.000) a quelle che svolgono attività ben lontane dalle mission istituzionali. Un piano che è però rimasto sulla carta e nella legge di stabilità ha trovato posto soltanto l’avvio della riforma che consente ai comuni di realizzare entro il prossimo anno il piano di potatura delle aziende. Con un doppio effetto negativo: rinunciare subito al risparmio di spesa che era stato quantificato, almeno per il primo anno, in non meno di 500 milioni (2-3 miliardi complessivamente); rimandare ancora una volta l’intervento per ridare efficienza alla galassia delle partecipate e stroncare i legami diretti e indiretti con il malaffare. Legami fatti emergere puntualmente dalle numerose inchieste aperte negli ultimi anni dalle procure della Repubblica. Da Nord a Sud sotto la lente degli inquirenti sono finiti tutti gli ingranaggi chiave del meccanismo di gestione amministrativa e politica territoriale: appalti dei servizi pubblici, gestione dei servizi delle partecipate locali e di quelli erogati dai municipi e spesso affidati a cooperative. “Mafia capitale” rappresenta soltanto la punta di un iceberg. Qualcosa di più di una semplice piaga, che non a caso ha spinto lo stesso procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, a poche ore dall’operazione che ha scoperchiato oltre cinque anni di infiltrazioni e condizionamenti criminali nell’attività del Campidoglio, a lanciare un pesante grido di allarme nei confronti della politica sia centrale che locale: «Il rischio più alto che corriamo è quello del contatto fra il mondo criminale e quello politico, con un aumento esponenziale della pericolosità dell’uno e dell’altro». Basta scorrere gli atti delle tante, fin troppe inchieste, con cui “Il Sole 24 Ore” ha provato a riavvolgere quel lungo filo rosso del malaffare che lega la “sabauda” Torino e le calli di Venezia, il Duomo di Milano e il Vesuvio a Napoli, alle città dello Stretto.

Milano

Dall’Expo a Infrastrutture lombarde al «sistema Sesto»: sono i casi più eclatanti balzati agli onori della cronaca per corruzione e tentativo (spesso riuscito) di controllare gli appalti. Il caso Expo è il più recente. Lo scorso maggio sono finiti in custodia cautelare Angelo Paris, general manager della società Expo (partecipata dal Mef, dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia), ex funzionari politici con nomi già noti come Primo Greganti, Gianstefano Frigerio e Luigi Grillo e un imprenditore, Enrico Maltauro. Poi a ottobre l’inchiesta ha coinvolto anche l’ex subcommissario di Expo Antonio Acerbo. Il cuore dell’inchiesta era più in generale la corruzione nei grandi appalti della Lombardia, dall’Expo alla Città della Salute fino alle strade. La procura di Milano è arrivata prima che la corruzione fosse penetrata nelle gare.

È l’inchiesta su Infrastrutture lombarde ad aver preceduto quella su Expo. La società, controllata dalla Regione Lombardia, avrebbe, ai tempi in cui era diretta da Rognoni, elargito consulenze senza gare. Nel mirino la rete di imprenditori e professionisti legati a Comunione e liberazione. È ancora in corso il processo. C’è poi il processo a carico dell’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, nonché membro della segreteria del Pd ai tempi di Pierluigi Bersani. È accusato di essere stato a capo di un sistema di corruzione a Sesto San Giovanni quando era sindaco. La sua giunta avrebbe fatto modifiche ai piani urbanistici per l’ex area Falck, mentre lui stesso avrebbe ricevuto denaro per pagarsi campagne elettorali. L’altra grande accusa a suo carico è quella di aver usato la grande partecipata provinciale, l’autostrada Serravalle, per sostenere la scalata di Unipol a Bnl, nel 2005.

Venezia

Lo scorso giugno sono stati arrestati ben 35 indagati, tra cui l’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan, con l’accusa a vario titolo di corruzione, associazione a delinquere e finanziamento illecito. È il caso del consorzio del Mose, una società “ibrida”, a metà strada tra il pubblico e il privato, finanziata interamente dal Cipe, supervisionata dagli enti locali ma con imprese private nell’azionariato. Da lì veniva alimentato un sistema di fondi neri e di tangenti, funzionale ad arricchire alcuni imprenditori, accreditarsi con Regione Veneto e Comune di Venezia (che dovevano rilasciare autorizzazioni o pareri) e a superare i controlli di guardia di finanza, magistrato delle acque e corte dei conti.

Reggio Calabria

Entrambe sono in liquidazione, entrambe sono state messe sotto la lente per infiltrazioni mafiose dalla Commissione di accesso prefettizia, entrambe erano società partecipate dal Comune di Reggio Calabria, il cui consiglio comunale è stato sciolto per lo stesso motivo dal Governo il 9 ottobre 2012. Parliamo di Leonia spa, che si occupa di ambiente e raccolta e smaltimento dei rifiuti e di Multiservizi spa, che invece agisce sul versante della manutenzione ordinaria e straordinaria, dell’igiene, della pulizia, della sicurezza e delle altre attività ausiliarie dei beni demaniali e del patrimonio immobiliare del Comune.

Multiservizi è una società sciolta di diritto dallo stesso Comune nel luglio 2012, in applicazione della normativa statutaria che prevedeva lo scioglimento a seguito dell’accertamento di tentativi di infiltrazione mafiosa nella compagine del socio privato. Leonia invece, seppur raggiunta dalla comunicazione di un’informazione antimafia interdittiva a carico del socio privato, non è passata formalmente dallo scioglimento ma dai commissari prefettizi è stata accompagnata alla liquidazione volontaria. Logico ipotizzare che altre società partecipate ricadano in questi mesi sotto la lente della Procura di Reggio, a partire magari da Fata Morgana, che cura la raccolta differenziata.

Catania

Rifiuti, edilizia, autorizzazioni per investimenti soprattutto centri commerciali. La triangolazione tra mafia, impresa e istituzioni in Sicilia si concretizza nei soliti settori. Sul fronte orientale dell’isola ancora recentemente si scopre che la mafia voleva farsi un partito per entrare direttamente nelle istituzioni: l’operazione, coordinata dalla Procura di Catania, è la “Caronte” e ha coinvolto l’imprenditore ed ex esponente del Pdl Amedeo Matacena e la famiglia mafiosa degli Ercolano. Mentre nel settore dei rifiuti è dell’anno scorso un’inchiesta che ha coinvolto la Aimeri Ambiente (che si dice estranea ai fatti) in cui anche in giudizio è stata provata la responsabilità di esponenti mafiosi vicini alle cosche dei Cinturino e dei Cursoti di Catania. Sempre sul fronte dei rifiuti, ma questa volta nella Sicilia occidentale, i magistrati hanno scoperto l’infiltrazione degli uomini delle cosche nel Consorzio Coinres che si occupa di raccolta in un vasto comprensorio attorno a Bagheria.

Torino

La questione partecipate a Torino è tema di scontro politico, con un paio di puntate, però, nel campo della cronaca giudiziaria. La prima si riferisce ad un “vecchio” tentativo di corruzione, accertato da una sentenza di condanna in primo grado, a danno di Raphael Rossi, consigliere nel Cda Amiat – la società di raccolta e smaltimento rifiuti di Torino – in quota Rifondazione comunista. La seconda puntata di cronaca giudiziaria riguarda invece Csea, il Consorzio per la formazione utilizzato per 15 anni da Comune e Regione, fallito nel 2012. Venticinque milioni di buco e quasi 300 persone rimaste senza lavoro. Una storia di cattiva gestione e commistione di interessi cristallizzata in un documento della commissione d’inchiesta del Consiglio comunale consegnata nell’autunno scorso alla magistratura, che ha aperto un’inchiesta e chiesto il rinvio a giudizio per l’ex ad.

Napoli

Anche Napoli non si sottrae del tutto alle possibili infitrazioni della criminalità organizzata nella gestione degli affari locali. Il rogo di Città della Scienza, a Bagnoli, ne è un esempio. I pm ipotizzano che ci sia la mano dei clan interessati a bandi di gare e appalti dietro l’incendio del 4 marzo 2013. La storia giudiziaria è tutta da scrivere e non è escluso che business di tutt’altra natura (la vendita dei suoli, la lottizzazione abusiva) possano aver fatto appiccare il fuoco. Da qualche giorno, i suoli di quell’area sono tornati sotto sequestro per decisione del Tribunale del riesame perché, con oltre cento milioni di euro spesi per una bonifica che non è mai partita. Il rischio di un disastro ambientale è elevatissimo e così i pm sono intervenuti per imporre al Governo di risolvere il problema. Non a caso, infatti, è in corso un processo a carico di amministratori locali (tra due ex vicesindaci di Napoli) e manager della Bagnolifutura, la Società di trasformazione urbana comunale che avrebbe dovuto farsi carico di riqualificare la costa occidentale della città ma non solo non ci è riuscita, ma addirittura – secondo le indagini dei magistrati – avrebbe peggiorato lo stato delle cose.

 Il Sole 24 Ore – 5 dicembre 2014 

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