LA STRAGE DI CHARLIE HEBDO E IL VALORE DEL SILENZIO

L’attentato contro Charlie Hebdo lascia davvero senza parole. Non solo per l’efferatezza di una strage, la più grave azione terroristica in Francia dal 1961, ma anche perché l’assurda violenza di questo gesto è così spaventosamente immensa da rischiare la banalità o l’inadeguatezza con qualunqe commento.

Il silenzio con cui i francesi, in un interminabile minuto, hanno espresso tutto il loro sgomento e reso omaggio a Stephane Charbonnier, direttore dello storico periodico satirico da sempre impegnato nella difesa delle libertà e dei diritti civili, ai tre vignettisti, ai due poliziotti e agli altri sette caduti, sembra l’unica reazione possibile, almeno nell’immediato.

Perché c’è anche qualcuno che straparla, specie in Italia. Come Salvini che pontifica contro il pontefice, dichiarando che papa Francesco fa male a dialogare con gli islamici. Parole prive di senso, oltre che pericolose poiché alimentano lo sciocchezzaio dei pregiudizi razzisti e le loro nefaste conseguenze: tutti i credenti di qualunque credo possono e devono dialogare per la pace e contro la violenza. Chi ama un Dio e lo ama davvero, anche se lo chiama in modo diverso, non può che rispettare la vita, la cultura, la libertà degli altri. Sono certo che nessun vero musulmano potrebbe approvare la mattanza compiuta a Parigi, provocata dalle vignette su Maometto. Questi giustizieri, i terroristi in genere non hanno nulla a che vedere con la religione. Le follie, gli integralismi, i fanatismi, le strumentalizzazioni sociali e politiche di “Dio” non possono che sortire effetti devastanti quale che sia la confessione abbracciata. Sarebbe ancora più crudele la morte di Charbonnier e degli altri caduti se ispirasse sentimenti di odio o diffidenza verso tutti i musulmani. Non c’era nessuna idiosincrasia verso il mondo arabo in Charlie Hebdo, al contrario le vignette difendevano nel solito stile irriverente i diritti degli arabi e con lo stesso spirito sul periodico avevano fatto capolino un Gesù pungente, o papa Ratzinger alle prese con i cardinali più inciucioni. La satira è così, non si arresta, non fa differenza, porta a galla con l’allegria e la caricatura amare verità che si vorrebbero tacere. I violenti, i tronfi di se stessi, non l’accettano. Possono arrivare a uccidere, altre volte bersagliano in modi diversi, più sotterranei e questo accade anche in Italia.

La strage contro Charlie Hebdo unisce al delitto selvaggio contro le vite umane, quello contro la libertà di pensiero. Spacciarla come una forma di devozione sbagliata è surreale, c’è dietro invece l’arroganza di un potere che usa la religione perché si sente Dio sulla terra e quindi anche in diritto di dare la morte. Ci sono dietro poi le personalità fragili o contorte di chi si fa reclutare, lasciandosi “intortare” dai vari leader estremisti. La risposta più toccante a quanto è successo è venuta dalla redazione di Charlie Hebdo. Un collega è andato in tv a dire in lacrime che il giornale continuerà a vivere e continuerà nelle stesse battaglie e con la stessa verve, ma anche a ribadire che “nessuno deve avercela contro gli islamici”, ma che tutti devono reagire “portando nel quotidiano i valori della Repubblica”. I valori della democrazia, della libertà, dell’uguaglianza, del senso dello Stato.

La solidarietà, l’unione di una comunità non deve mai sconfinare nella xenofobia. Giusto punire i responsabili, serrare i controlli antiterroristici, ma cadere in una “crociata” contro gli islamici sarebbe davvero tradire Charbonnier e i suoi vignettisti uccisi, tutto ciò in cui loro hanno creduto. Viene in mente la vignetta pubblicata qualche tempo su Charlie Hebdo: un mullah che si baciava in bocca col direttore e sotto la scritta: «Alla fine l’amore è più forte di tutto»…

Luciano Regolo

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