RISARCIMENTI O BAVAGLI? SCACCO ALLA LIBERTA’ DI STAMPA

di Luciano Regolo

Non è una novità che in Calabria la libertà di stampa sia fortemente a rischio se non in via di estinzione. Ma l’ultimo caso di “tentato bavaglio” mette i brividi e deprime ancor più perchè coinvolge un magistrato, un uomo di legge, per giunta solerte nella lotta contro la n’drangheta e le sue infiltrazioni. Il collega reggino Claudio Cordova, dopo aver rivelato in un articolo pubblicato sia sul sito “Il dispaccio.it”, sia su “Il Quotidiano”, l’aspro contenzioso legale che oppone Gerardo Dominijanni a un maresciallo dell’Arma, si è visto recapitare un’inquietante lettera da parte dell’avvocato del primo, il quale ritiene le notizie che lo riguardano «tendenziose e lesive della reputazione».

«Si diffida la signoria vostra», ha scritto il legale Riccardo Misaggi, «a voler risarcire in solido il dottor Gerardo Dominijanni, entro e non oltre 15 giorni dal ricevimento della presente, la complessiva somma di 250mila euro. (…) Decorsi i termini suddetti, in assenza di suo riscontro, sarò costretto ad adire le vie giudiziali». Un aut-aut che sembra, putroppo, seguire in pieno l’esecrabile tendenza delle querele e delle richieste di risarcimenti detti “temerari”, poiché esperiti per intidimidire i giornalisti d’inchiesta in ambienti stagnanti e quiescenti come quello che attanaglia la Calabria, dove, fra l’altro, nella stragrande maggioranza dei casi l’editore non garantisce la “copertura” in caso di infortuni legali, perciò il cronista si trova a dover fronteggiare da solo ogni spesa.

Non ho avuto modo di verificare le carte alle quali ha attinto Cordova per scrivere il suo articolo, che ha tutta l’aria di essere ben documentato, non riesco, in ogni caso, a cogliere in quest’ultimo alcuna volontà lucida e consapevole di sferrare a Dominijanni un attacco lesivo della sua reputazione. Certo, dalla vicenda ricostruita da Cordova emerge il fastidio col quale il magistrato reagì alla resistenza ai suoi metodi da parte del maresciallo e lo scambio di querele fra i due non esalta l’immagine né dell’uno, né dell’altro. Ma non vi è alcun commento superfluo, né uno schieramento in favore di una delle controparti da parte dello scrivente. Lo stesso avvocato di Dominijanni non specifica da che cosa, da quale argomento o frase, sia costituita la lesione della reputazione del suo assistito. Ma, anche supponendo che il magistrato possa provare la diffamazione di cui si sente vittima, dovrebbe egli, più e meglio di chiunque altro, avere fiducia nella giustizia e affidarsi ad essa piuttosto che inoltrare certe perentorie e cospicue richieste di denaro. Se lo scopo è punitivo, l’eventuale punizione, innanzitutto l’esperibilità e in secondo luogo l’entità della stessa, dovrebbe essere stabilita in un regolare processo. Se, invece, l’obiettivo fosse rendere più “prudente” il collega, con lo spauracchio di un esborso probabilmente insostenibile per le proprie finanze, quest’ultimo è sempre inaccettabile, ma lo è ancor di più ove sia concepito da un “uomo di legge”.

Sono già sin troppi in Calabria i potenti che esercitano a modo loro una sorta di pseudofeudale diritto di lesa maestà che li spinge a pressioni varie per mettere il bavaglio ai giornalisti coraggiosi. La magistratura dovrebbe tutelarci da questa tendenza e non certo incoraggiare o emulare certe cattive abitudini. In quest’ultimo anno di lavoro in terra calabrese ho registrato una serie di “allarmi” che la dicono lunga sulla gravità della situazione.

Innanzitutto il guasto della rotativa simulato dal nostro ex stampatore Umberto De Rose, allora presidente di Fincalabra, la principale finanziaria regionale, per impedire l’uscita dell’Ora della Calabria con la notizia dell’inchiesta aperta dalla Procura di Cosenza sul figlio del senatore Tonino Gentile ,nell’ambito del caso delle cosiddette “Consulenze d’oro” all’Asp cosentina. Un senatore della Repubblica che dovrebbe adoperarsi per la difesa delle libertà costituzionalmente garantite come quella della manifestazione del pensiero, non ha mai preso le distanze da De Rose, non l’ha mai querelato per aver parlato in suo nome e suo conto, in una telefonata sinistra, da me registrata, in cui lo stampatore minacciava, da parte del «cinghiale ferito che poi ammazza tutti» ritorsioni pesanti a carico dell’editore, del giornale e del sottoscritto, se non avessi «cacciato» quella notizia. Non solo: De Rose è rimasto ai vertici di Fincalabra fino a scadenza mandato, addirittura ne era stata proposta la ricandidatura, e da più parti tra i rappresentanti istituzionali (l’ex governatore regionale Scopelliti ma non solo) sono fiorite difese in favore di Tonino Gentile, addirittura celebrato come patriota capace di sacrificarsi per il bene nazionale, visto che si dimise a causa delle polemiche sull’Oragate dalla carica di sottosegretario alla quale lo aveva elevato Renzi appena insediatosi nel ruolo di premier.

La conseguenza di tutto ciò è che prima De Rose stampava il nostro quotidiano, ora ne stampa due, Il Garantista e un provinciale cosentino, ossia ha addirittura intensificato la sua influenza sull’editoria calabrese e il processo a suo carico per “violenza privata” scaturito da quell’orribile censura, langue di rinvio in rinvio, a causa di mancate notifiche, chissà se solo dovute a intoppi burocratici o dimenticanze ripetitive.

Non meno inquietante è stata la reazione dell’onorevole Enza Bruno Bossio, membro della Commissione Antimafia, a un mio editoriale nel quale manifestavo stupore per il suo silenzio difronte alla messa in cassaintegrazione dell’intera nostra redazione, che lei in passato aveva inondato di comunicati e foto su ogni sua minima iniziativa. Con tono altero la deputata del Pd mi scrisse una lettera (da me pubblicata con risposta) in cui mi accusava di volerla condizionare nella manifestazione del suo pensiero e soprattutto, fatto gravissimo, di averla “colpita” perché lei si sarebbe rifiutata di darmi delle informazioni su degli atti d’inchiesta secretati. Particolare questo, assolutamente inventato, riferendosi l’onorevole all’unica telefonata intercorsa tra noi due, per fortuna avvenuta in viva voce e durante una riunione di redazione alla quale partecipavano una decina di colleghi, che hanno ascoltato per filo e per segno come siano andate veramente le cose. La Bossio, di fronte alla mia replica, si è spinta a twittare che lei era oggetto di “attacchi mafiosi a mezzo stampa” o a commenti surreali tipo “Regolo amico di Scopelliti”. Non paga, ha avuto anche il coraggio di presentarsi tra i componenti della Commissione Antimafia che mi ha ascoltato a Reggio Calabria sull’Oragate, cercando a più riprese di minimizzare la sospensione delle nostre pubblicazioni, come unicamente dovuta alla mancanza di liquidità dell’editore, a causa del sequestro dei beni dei Citrigno, amici di vecchia data suoi e del marito Nicola Adamo, disposto dalla Dda.

Non meno veemente e, per certi aspetti agghiaccianti, fu la reazione dell’allora assessore regionale alle infrastrutture, Pino Gentile, a un’intervista pubblicata dall’Ora, in cui l’avvocato ed ex senatore vibonese Murmura, rivelava le confidenze ricevute da un imprenditore suo assistito sulle richieste che avrebbe subito dai fratelli Gentile, a suo tempo segnalate anche a De Magistris che era in forza alla Procura di Catanzaro. Nonostante la “continenza” curata in modo particolare, nel limare col suo assenso, le dichiarazioni di Murmura, originariamente molto più pesanti, Pino Gentile mi fece scrivere dal suo avvocato, preannunciando querele faraoniche e accusandomi di aver volontariamente stanato con un disegno diffamatorio ben preciso qualcuno disposto a infangarlo. Cosa manifestamente falsa come mi fu facile dimostrare ripubblicando una seconda volta la lettera che Murmura aveva scritto al giornale durante l’Oragate, per invitarci a raccogliere la sua testimonianza sui fratelli Gentile, almeno un mese prima di quell’intervista.

Lo stesso ex assessore alle infrastrutture si accanì contro di me e una collega dell’Ora con una querela per diffamazione a causa di un articolo nel quale il nostro quotidiano semplicemente riportava, e non certo prendendole per oro colato, le dichiarazioni rese a “Servizio Pubblico” da Piero Citrigno sui suoi rapporti coi Gentile. La Procura di Cosenza (che a lungo non mi ha notificato gli atti) ha disposto l’archiviazione, nonostante l’opposizione di Pino Gentile, il quale nel frattempo è diventato vicepresidente del Consiglio Regionale, organo che dovrebbe essere particolarmente attivo e solerte nella difesa della libertà di stampa in Calabria.

Accanto a queste vicende che ho seguito in prima persona, se ne sono susseguite altre non meno gravi in quest’anno. Qualche esempio da bivido: la telefonata in cui Demetrio Naccari Carlizzi, consigliere regionale Pd, prefigura una querela milionaria contro il collega Michele Inserra, autore di un articolo a proposito del processo che lo coinvolge con l’accusa “di induzione indebita a dare o promettere utilità” per il concorso medico che avrebbe favorito sua moglie, Valeria Falcomatà. Nell’intercettazione, Naccari Carlizzi dice chiaramente che Inserra «dovrà vendersi la casa o anzi un organo per pagare». E che dire della violenta campagna contro Lucio Musolino, prima attaccato dal sacerdote sul pulpito, poi a mezzo stampa come nemico della Calabria e propalatore di un’immagine negativa della nostra regione, solo per aver fatto notare l’inchino della statua della Madonna davanti alla casa del boss, durante la processione di Oppido Mamertina?

Ecco perchè, in un simile scenario, è ancora più grave che persino nella magistratura si esperiscano reazioni da signorotti feriti al semplice esercizio del diritto di cronaca. La legge fornisce tutti gli strumenti di tutela necessari a chi viene diffamato da un giornalista. E il primo è l’obbligo della rettifica, neppure chiesta dal legale di Dominijanni, nonostante questa sia il più efficace e immediato strumento per rimuovere o comunque attenuare l’eventuale lesione dell’immagine. La diffamazione, comunque, va provata, e la sanzione dev’essere commisurata, proporzionata al reato commesso. Creare l’incubo di ammende faraoniche di certo non incoraggia la libera informazione in un ambiente già così dominato da prepotenze varie. E da questo punto di vista condivido in pieno, l’intervento del segretario regionale dell’Fnsi, Carlo Parisi, che proprio a partire dal caso Cordova-Dominijanni, ha ricordato i rischi della legge sulla diffamazione in discussione al Parlamento, che prevede addirittura la detenzione per il giornalista in difetto.

Non credo che un magistrato eserciterebbe serenamente il proprio lavoro se rischiasse la galera o la rovina finanziaria in caso di errori giudiziari. E se ne consumano parecchi. Non credo che chi combatte la cultura del sopruso mafioso, debba esperire strumenti persuasivi che davvero sembrano distanti anni luce dalla cultura della libertà e del diritto. All’ultimo congresso Fnsi di Chianciano, non a caso, la delegazione calabrese, di cui fa parte anche Michele Albanese, da mesi sotto scorta solo per aver esercitato il suo lavoro di onesto e coraggioso cronista sui fatti di n’drangheta della Piana, aveva lanciato l’allarme sulla grave minaccia alla libertà di stampa in Calabria e in tutto il Sud. Ma l’attenzione dei più era concentrata sulle nuove cariche da attribuire. Ora che il nuovo segretario generale e il nuovo presidente sono stati eletti ci si augura che questa seria emergenza venga presa nella giusta considerazione. Altrimenti la stampa locale meridionale sarà in totale e rovinosa balia dei cinghiali di ogni campo.

Il prossimo 19 febbraio, anniversario del blocco della rotativa subito dall’Ora, la nostra redazione con il sostegno del Sindacato Giornalisti Calabria, promuoverà a Cosenza, teatro di quella censura, “Stop Cinghiali!, la giornata della libertà di stampa calabra”, appuntamento che si ripeterà ogni 19 febbraio, contro l’omertà che di solito segue a certi soprusi fino a determinare l’oblio. Comunicheremo al più presto il programma dell’evento che, partendo dalla nostra vicenda, vuole essere un momento di incoraggiamento a tutti i giornalisti coraggiosi e indipendenti e una sensibilizzazione all’intera comunità regionale a difendere un bene prezioso fortemente a rischio.

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