«STOP CINGHIALI!», UN GRIDO PER TUTTI!

di Luciano Regolo

Solo determinazione, costanza, rigore etico e unità d’intenti potranno scalfire la cappa di “accorduni” e soprusi che grava sulla Calabria, minando la libera informazione ma anche gli altri diritti di tutta una comunità regionale, vittima degli interessi di pochi. Questo, in sintesi, il messaggio emerso con forza e chiarezza da “Stop Cinghiali!, la giornata della libertà di stampa calabra”, promossa ieri dal blog Lorasiamonoi con il sostegno del Sindacato Giornalisti Calabria a Cosenza, nel Chiostro di San Domenico, in occasione del primo anniversario del finto blocco della rotativa che la notte tra il 18 e il 19 febbraio 2014 impedì l’uscita in edicola dell’Ora della Calabria con la notizia di un’inchiesta aperta dalla magistratura a carico del figlio del senatore, Tonino Gentile.

Un dibattito intenso, seguito con interesse dai colleghi delle diverse testate calabresi, che ha riconfermato, dopo quello di Polistena, dello scorso agosto, e tutti gli altri incontri che durante l’estate e l’autunno sono stati dedicati al tema dell’informazione senza bavagli, come il sindacato dei giornalisti calabresi, si stia ponendo sempre più come un centro di aggregazione e incoraggiamento per i colleghi, più numerosi di quanto non si pensi, che non sono disposti ad alcun compromesso, né verso i boss e le loro famiglie, né verso gli editori prepotenti, inclini ad accorduni politico-affaristici e di conseguenza ad avallare censure e soprusi in virtù di quest’ultimi. Tra i soprusi e a danno dei giornalisti – e l’ha detto più volte con fermezza il segretario regionale dell’Fnsi, Carlo Parisi – vanno ricompresi anche le condizioni di precariato illegale, di irrisoria o addirittura inesistente retribuzione, praticate da certi proprietari di testate che somigliano piuttosto a padroni delle ferriere di ottocentesca memoria, attenti ai personali interessi patrimoniali e non certo al successo del prodotto editoriale.

«C’è un mondo editoriale in Calabria», ha detto Parisi, «che spesso sembra rispondere a interessi diversi da quelli editoriali. Questo è successo per tante testate, che hanno puntato solo sulla pubblicità istituzionale mostrandosi di conseguenza morbidi verso il potere politico e amministrativo. Le aziende che non stanno in piedi sul piano finanziario e non pagano i giornalisti devono chiudere, perché significa che esistono solo per perseguire l’interesse del potente di turno e mettono in crisi le aziende serie e sane. In questo contesto i giornalisti svolgono un ruolo importante con la loro autonomia. In Calabria c’è bisogno di rialzare la testa, di fare uno scatto d’orgoglio, ecco perchè una giornata come questa ha grande importanza».

Da questo punto di vista, il confronto al San Domenico, è stata un’altra pagina edificante per la stampa calabrese, in netta opposizione con quella delle sciocche rivalità, dei silenzi complici, degli isolamenti di cui si avvantaggiano soltanto i potentati oscuri che strangolano la nostra regione. Ad aprire la giornata la proiezione dell’audiovisivo con la minacciosa telefonata di Umberto De Rose, ex stampatore dell’Ora della Calabria ed ex presidente di Fincalabra, all’ex editore della testata (la società editrice è dallo scorso marzo in liquidazione, una liquidazione segnata da tanti aspetti poco chiari), Alfredo Citrigno per convincermi a togliere la notizia relativa al figlio del senatore Gentile. «Una chiamata di autentico stampo mafioso», commenterà, poi, nel suo intervento, Angela Napoli, ex presidente e oggi consulente della Commissione Antimafia.

De Rose, dopo che la Procura di Cosenza, con una perizia tecnica ha accertato che la notte tra il 18 e il 19 febbraio 2014 non vi fu alcun guasto alle rotative del suo stabilimento di Montalto Uffugo, è stato rinviato a giudizio per «violenza privata». Per Andrea Gentile, il figlio del senatore, invece, è stata disposta l’archiviazione. Di quest’ultimo atto il sottoscritto, parte lesa nel processo, come direttore dell’Ora della Calabria e destinatario ultimo degli oppressivi “consigli” telefonici di De Rose a Citrigno jr, ha ricevuto notifica soltanto pochi giorni fa, dopo aver più volte denunciato questa “dimenticanza” pubblicamente e in un dossier inviato di recente alla Commissione Antimafia sull’Oragate e sulle sue dure conseguenze vissute da tutta la nostra redazione, anche dai colleghi che oggi si trovano in forza al “Garantista” o in altre testate.

Adesso, quindi, potrò finalmente esercitare il mio diritto di oppormi a quest’archiviazione e ho già dato mandato ai miei legali in tal senso sulla base di chiari indizi (segnalati a suo tempo alla Procura di Cosenza) del coinvolgimento di Gentile jr nella brutta storia. Innanzitutto, come ieri al San Domenico, hanno potuto riascoltare tutti, De Rose scandisce a Citrigno jr nella telefonata: «Andrea ti ha chiamato», e poi aggiunge, riferendosi ai Gentile come famiglia: «Ti hanno chiamato si sono assoggettati», dimostrando quindi di essere in contatto diretto con il figlio e il senatore padre, del quale, per altro, lui stesso si definisce «garante». In un sms che per altro pubblicammo sull’Ora della Calabria, inoltre, lo stesso Gentile jr scrive ad Alfredo Citrigno: «Ho parlato con Umberto (De Rose, ndr) e ti ringrazio per quello che farai (ossia farmi togliere la notizia sul suo conto, ndr»). In un altro sms De Rose, informato in tempo reale del fatto che “Alfrè”, come lo chiama lui, non stesse rispondendo alle telefonate del figlio del senatore, scrive: «Ti stanno chiamando ma tu non rispondi». Frase che si collega perfettamente con quanto afferma nella telefonata che registrai quella notte (sappiano gli scettici dell’ultima ora che la Procura di Cosenza ha condotto anche una perizia sul mio telefono, accertando 1) che la registrai personalmente, 2) che non vi era nell’audio alcuna manipolazione): «Stanno aspettando una risposta Alfré, chiama su cazzu e Regulu e dicci che persone influenti che interessano al giornale, vogliono che la notizia sia rimandata». Va detto, inoltre, che “Alfrè” raccontò a me e ad altri colleghi di aver poi parlato quella sera (circa due ore prima della telefonata di De Rose che registrai) con Andrea Gentile, il quale, di fronte al suo invito a chiamare me o la redazione per parlare della notizia che lo riguardava, resosi conto della sua resistenza alla censura, avrebbe commentato: «Bene, siamo adulti e vaccinati, ci assumiamo le conseguenze di tutti i nostri comportamenti. Tanti auguri a te e alla tua famiglia per le vostre vicende legali». Come se non bastasse, i tabulati telefonici acquisiti dalla magistratura, documentano che un minuto dopo aver chiuso quella telefonata in cui evocò “cinghiali feriti”, “in predicato di diventare sottosegretari” che “poi ammazzano tutti”, De Rose chiamò il senatore Tonino Gentile: per raccontargli che cosa?

Più d’una volta il senatore, in dichiarazioni a mezzo stampa, si è posto come “gabbiano e non cinghiale ferito”, “vittima di un complotto mediatico” e più d’una volta gli ho risposto che nessuno ha attivato “macchine del fango” contro di lui, perché a dipingerlo come suino inferocito è stato un suo sodale, amico di vecchia data, che ha anche assunto in Fincalabra, la figlia Lory Gentile e ha sottoscritto con l’altro figlio, Andrea, un contratto di consulenza, sempre per la finanziaria regionale, entrambi atti sui quali la Procura di Catanzaro ha aperto un’altra inchiesta. Ma se, tutti questi indizi fossero fallaci, se quindi Gentile e suo figlio fossero stati del tutto ignari dei toni e dei gesti di De Rose nell’Oragate avrebbero dovuto querelarlo, prendere nettamente le distanze da lui, per aver parlato e agito in loro nome e per loro conto. Cosa che non è stata mai fatta.

La vera macchina del fango è quella che tenta di denigrare, sminuire, sfinire e isolare chi si oppone alla prepotenze e alle cinghialate che qui in Calabria arrivano da più fronti, senza argini di partito. In alternativa c’è quella dell’oblio, che cerca di inondare di silenzio vicende come quella di cui è stata vittima la redazione dell’Ora, per poi confondere fatti e circostanze a proprio piacimento. Proprio contro questa logica è stata indetta “Stop Cinghiali!, la giornata della libertà di stampa calabra”, che si ripeterà simbolicamente ogni anno, il 19 febbraio, per sostenere tutti i giornalisti, di qualunque testata, minacciati od oppressi, in qualunque forma nell’esercizio della propria professione, ma anche per sensibilizzare le istituzioni e la società civile regionale sulla necessità di difendere concretamente un bene prezioso come la libera informazione, a forte rischio nella nostra terra.

Lo dimostrano le esperienze vissute da Michele Inserra, bersaglio di “querele temerarie”, ma forse sarebbe più giusto chiamarle querele “intimadatorie”, ventilate al telefono dal consigliere regionale dei democrat, Demetrio Naccari Carlizzi, ma anche di duri attacchi da parte di colleghi, da tempo con la schiena “prona”, consapevolmente o no, di fatto complici di tutto un sistema che punta a isolare le voci libere. Ma come ha detto con grinta nel suo intervento, Inserra, continua il suo lavoro, come capo della redazione reggina del Quotidiano e adesso collabora anche con “Uno Mattina”, pronto a portare a galla in tutta Italia, sulla rete ammiraglia della Rai, tante vicende oscure calabresi sulle quali i potentati locali vorrebbero il silenzio. Il coraggio, la determinazione e la solidarietà tra cronisti sono fondamentali, è emerso anche dall’intervento del senatore Nicola Morra (M5s) che, ricordando l’immediata interrogazione parlamentare da lui presentata il 20 febbraio di un anno fa, a proposito dell’Oragate, ha anche raccontato di alcuni colleghi della stampa nazionale che spesso si mostrano pavidi ad affrontare temi di questo genere, spiegando: «Non conviene mettersi contro un senatore». «Essere giornalisti», ha detto Morra, «non significa essere proni al potere, ma l’esatto contrario, contribuire al miglioramento della società diffondendo la verità e i valori».

Toccante, ma allo stesso tempo grintoso, l’intervento di Michele Albanese, da diversi mesi sotto scorta solo per aver esercitato con rigore il lavoro di cronista sui fatti di n’drangheta nella Piana. Michele ha raccontato come e quanto sia difficile in questa situazione affrontare il quotidiano. Ma ha anche ribadito più volte di aver trovato sprone nel sostegno del sindacato e di tutti gli altri colleghi che condividono con lui la battaglia per la libera informazione. «Senza questa condivisione», ha detto, «mi sarei sentito isolato e pronto a mollare per sempre il giornalismo. Soltanto l’unità di tutti i giornalisti per bene può riuscire a trasformare col tempo in acqua limpida il pantano che grava sulla Calabria, un pantano in cui sguazzano la ‘ndrangheta, la cattiva politica e la cattiva imprenditoria».

Una situazione oppressiva messa in luce anche dalla Napoli, che ha riferito come, nonostante fosse prevista una missione della Commissione Antimafia a Cosenza già un anno orsono, a ridosso dell’omicidio del piccolo Cocò, questa continui sempre a essere rinviata. «Perchè», ha spiegato l’ex parlamentare, «anche se nella Commissione, ci sono elementi come la stessa presidente, Rosy Bindi, o il vicepresidente Claudio Fava, che conducono battaglie con particolare serietà, purtroppo ci sono anche componenti, calabresi e soprattutto cosentini, che invece a volte hanno interesse a frenare su alcuni temi». La Napoli ha concluso il suo intervento con una citazione di Pippo Fava, padre dell’onorevole Claudio e giornalista ucciso dalla mafia, sul valore della libera informazione in società oppresse dai potentati oscuri: «Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accellera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione dellla giustizia, impone ai politici il buon governo».

Non meno inquietante l’allarme lanciato da Adriana Musella, presidente di “Gerbera Gialla” che ha parlato di isolamento anche nel mondo dell’associazionismo anti-n’drangheta contro chi decide di opporsi concretamente ai diversi “cinghiali” in carica o di denunciare uno dei tanti “accorduni”, intese ai confini della legalità, che trascinano da decenni lo stesso status quo a vantaggio della stessa oligarchia lobbistica. «La prossima edizione del Premio “Gerbera Gialla”», ha annunciato la Musella, «al novanta per cento si terrà fuori Calabria, al Campidoglio, a Roma, perché in questa regione non ci sono veri interlocutori per fare antimafia». E, ricordando i i motivi delle sue dimissioni dal coordinamento “Riferimenti”, ha aggiunto: «In questa regione, il problema non è solo che non c’è libertà di stampa, non c’è proprio libertà. Io ho perso quasi ogni speranza, tanto da non sapere che cosa trasmettere agli allievi delle scuole, che pure continuerò sempre a coinvolgere e spronare. Il mio pessimismo nasce dalla situazione politica. Dopo il disastro della giunta regionale di centrodestra ho creduto in una possibilità di cambiamento con le ultime elezioni, nelle quali per la prima volta ho preso una posizione politica. Ma la scelta dei vertici della nuova giunta, molti dei quali inquisiti, mi ha sconcertata: si ripresenta il solito sistema di potere». E ha concluso sulla libera informazione in Calabria: «Dietro alcuni giornali vedo muoversi gli stessi personaggi che hanno contribuito alla chiusura dell’Ora della Calabria, come Umberto De Rose, legato a Tonino Gentile, giusto per fare dei nomi».

L’allarme di un vuoto etico trasversale nell’intera classe politica calabrese, è stato ribadito (al telefono, perché trattenuta a Roma da un sopraggiunto impegno) da Maria Carmela Lanzetta, già ministro degli affari regionali, che ha rifiutato l’incarico di assessore nella nuova giunta regionale, per coerenza con i suoi principi, subendo poi un durissimo attacco dai segretari provinciali del suo stesso partito che l’accusano di «stalking» contro il neo-assessore De Gaetano, citato in un’informativa della Dda di Reggio Calabria sullo scambio di voti, secondo la quale avrebbe ricevuto nelle Regionali del 2010, voti dalla cosca dei Tegano.

«Vorrei che ai vertici del Partito democratico», ha detto l’ex ministro, «si tornasse presto a parlare della questione morale, perché il tema delle infiltrazioni mafiose anche negli enti pubblici è prioritario. Nella mia attività politica ho sempre seguito i miei valori fondamentali, libertà e trasparenza. Alla luce di quello che mi è successo di recente, penso che mettersi contro la politica è un rischio, perché tutta la vita dei cittadini è ‘politico-dipendente’. Se avessi dovuto fare l’assessore regionale alla cultura avrei voluto e dovuto scardinare questo tipo di politica che soffoca tutto. Dopo l’inchiesta “Mafia Capitale” il Pd romano è stato commissariato e con la guida del commissario Orfini, presidente nazionale del Pd, si è avviata un’azione di bonifica: è da questi esempi che si deve ripartire».

Il dibattito è proseguito, poi, con la testimonianza di Rossana Caccavo, licenziata da un’emittente tv crotonese, solo per essere stata eletta rappresentante sindacale. Anche la Caccavo ha raccontato una storia di isolamento, di colleghi pronti ad avallare le prepotenze “padronali” in nome di una pseudo sicurezza lavorativa e ha invitato alla ferma difesa dei diritti retributivi e del rispetto del contratto giornalisti, sottolineando: «È solo con la tutela sindacale, vedendo nel sindacato il giusto punto di riferimento per la denuncia che si può mettere argine a certi malcostumi, i quali di certo non favoriscono la libertà e la dignità professionale». Un concetto, questo, ripreso dal segretario della Uil, Roberto Castagna, e da Parisi, che ha aggiunto: «C’è chi si viene a segnalarmi di non essere retribuito da anni e mi chiede: “Che cosa si può fare?”. Quando indico la causa di lavoro come unica via giusta e praticabile, mi sento rispondere: “Così rischio di perdere il posto!”. Ma che occupazione è quella non retribuita?».

Nella sua testimonianza, poi, Lucio Musolino, attaccato mediaticamente per i suoi articoli su “Il Fatto Quotidiano” a proposito dell’inchino della statua della Madonna davanti alla casa del boss alla processione di Oppido Mamertina, ha sottolineato come non sempre la tutela giudiziaria verso i giornalisti minacciati o isolati sia solerte. A conclusione, dopo l’intervento del pubblicitario e mass-mediologo, Massimo Celani, scoppiettante di ironia ma al tempo stesso pieno di riflessioni profonde sul tema “Satira e Internet ultimi baluardi della libera comunicazione?”, il commosso ricordo del grande comico cosentino Totonno Chiappetta, vignettista dell’Ora della Calabria da parte del figlio, Gigi, in forza alla nostra redazione, che ha annunciato la prossima pubblicazione di due libri, uno con i disegni del padre, l’altro un’autobiografia dell’artista. Poi quello di Alessandro Bozzo, il collega scomparso precocemente quasi due anni fa, la cui madre e la sorella erano presenti in sala.

Una giornata densa, dunque, all’insegna dell’unità sulla base di valori fondamentali, che non permettono quelle ingiuste divisioni alimentate (invano) da pennivendoli e corsivisti di basso profilo, sulla base di argomentazioni false e pretestuose, che non meritano repliche di sorta. Ma quest’evento ha messo ancora una volta in luce la “latitanza” o la “lontananza” delle istituzioni locali nella difesa della libera informazione, con poche eccezioni, come il caloroso messaggio di sostegno del Presidente della Provincia di Catanzaro, Enzo Bruno. Quello preannunciatomi dal presidente della Regione, Mario Oliverio, trattenuto, mi aveva detto, a Roma per un incontro con i governatori delle altre regioni, non è mai arrivato. Nè è arrivato quello del sindaco e del presidente della Provincia di Cosenza, Mario Occhiuto, anche lui, mi è stato detto, bloccato nella capitale. Il Comune cosentino, dopo averci fatto sapere che il 19 febbraio tutti gli spazi possibili erano stati già occupati, di fronte alle nostre perplessità per questa singolare coincidenza, ci ha poi messo a disposizione tempestivamente il Chiostro di San Domenico. Ma la sala non era riscaldata. Relatori e pubblico, siamo stati tutti costretti a restare col cappotto, accusando in serata i sintomi classici dell’infreddatura. Il giorno prima il responsabile comunale mi aveva assicurato che ci sarebbero state delle stufe, ma queste non si potevano collegare alla corrente senza farla saltare. I mezzi tecnici minimi per l’audio ci sono stati forniti dal Teatro dell’Acquario, non essendovi nella sala messaci a disposizione. Non penso a un boicottaggio, no. Ma di certo a una trascuratezza dai risvolti amari. Evidentemente le questioni di cui si è discusso ieri, che pure mi sembrano di vivo interesse per tutti i calabresi, sono ritenute di scarsa importanza per la nuova giunta regionale e per il Comune di Cosenza. Con buona pace dei cinghiali che vogliono continuare a razzolare indisturbati.

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