Antimafia, i vescovi calabresi contro la Dna

«Parole che fanno male perché denotano una lettura superficiale e una conoscenza approssimativa del pur faticoso forse a tratti lento ma in ogni caso ininterrotto cammino che proprio la Chiesa ha compiuto dal secondo dopoguerra a oggi, nella comprensione e nella trattazione del fenomeno mafioso». E’ quanto scrivono i vescovi calabresi replicando alle accuse del capo della Direzione nazionale antimafia Roberti (nella foto), che nei giorni scorsi aveva censurato i silenzi della Chiesa contro la criminalità organizzata. «Un conto è parlare di ritardi, che pure ci sono stati – riferisce la Conferenza Episcopale Calabra – e un altro è farli passare per immobilismo, silenzi, omissioni e talvolta larvata connivenza. Il dottor Roberti non sa evidentemente della Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, cui seguì il 30 novembre 1975 una lettera dei Vescovi calabresi dal titolo “L’episcopato Calabro contro la mafia, disonorante piaga della società”. Così come hanno ricordato recentemente i vescovi della Calabria nella Nota pastorale sulla ‘ndrangheta significativamente intitolata “Testimoniare la verità del Vangelo”. Non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché silenzi omertosi: e di questo i credenti sanno e vogliono chiedere perdono. Ma accanto alla gramigna, silenziosamente cresce il campo del bene che si distingue, senza mezzi termini, per la sua luminosità e la sua coerenza. Nell’ultimo ventennio, c’è stato, un fiorire di iniziative ecclesiali, associative, culturali, che hanno recepito e tradotto le istanze evangeliche di liberazione della terra calabrese». «Noi crediamo – aggiungono i vescovi calabresi – che per sconfiggere il male ciascuno deve fare il proprio dovere, fino in fondo. Siamo convinti che alla Chiesa si debba chiedere di essere Chiesa, nello spirito e nell’insegnamento del Vangelo e non altro. E lo Stato deve fare lo Stato. Il 21 giugno 2014 a Sibari e il 21 febbraio scorso a Roma Papa Francesco è stato chiaro, fermo, forte. E’ sulla strada indicata dal Santo Padre che camminano le Chiese del Sud sia pure con i loro guai terreni, forse non sempre con la speditezza necessaria, magari in qualche caso zoppicando, ma convinte, senza riserve né sconti per nessuno. Certo, molto resta da fare. Il cammino verso il futuro, sia chiaro, è irreversibile. Non aver considerato tutto ciò e tanto altro, lascia l’amaro nei cuori e non fa di certo progredire l’unità di intenti tra tutte le istituzioni e la Chiesa».

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