Il caso Moro e le piste non “perlustrate”

«Con Moro ha iniziato a morire anche il senso della politica e l’idea di comunità». E’ quanto afferma il segretario nazionale del Cdu Mario Tassone, che era uno dei dirigenti della Dc ai tempi del drammatico rapimento e della successiva uccisione di Moro. Ecco la riflessione integrale di Tassone in relazione al lavoro dell’attuale commissione parlamentare d’inchiesta su quei giorni che hanno segnato la storia della Repubblica italiana.

Il 16 marzo del 1978 veniva sequestrato Aldo Moro e massacrati gli uomini della scorta. In tutti questi anni si è cercato di fare chiarezza su una vicenda che ha cambiato la storia del Paese. A mio avviso il cambiamento si è avuto al ribasso. Molte sono le zone d’ombra non chiarite né da parte della magistratura né dalle numerose commissioni parlamentari di inchiesta costituite ad hoc né dalle altre che si sono interessate della tragedia del marzo-maggio del 1978. Parlavo di cambiamento al ribasso perché quando sfuggono alcuni aspetti tutto diventa oscuro e ci si trova in presenza non della verità, ma di dati non esaustivi. Intanto è stata costituita una nuova Commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione di Moro. tassoneSarà utile? Certamente sì se ha agibilità e possibilità di scandagliare perimetri non “perlustrati”. Faccio riferimento ai sevizi di informazione (che essendo segreti tutto deve rimanere segreto. Ma perché?) e ad una certa “prassi” del ricorso al segreto di Stato gestito come salva – condotto per comportamenti non chiari. Mi riferisco, ancora, alla mole di lavoro, delle carte, delle documentazioni acquisite dalle varie Commissioni. Quanto di questo materiale è stato utilizzato? E le parti segretate del lavoro delle Commissioni parlamentari sono state visionate o è rimasto un lavoro “tombale?” La nuova ” edizione” della Commissione Moro si sta interessando della moto Honda segnalata in Via Fani, del presunto confessore e della cassette “rivenute” in Via Gradoli e di altro. E va bene. Desidero sottoporre all’attenzione del volenteroso presidente Fioroni una vicenda che merita di essere ricordata. La commissione stragi, dove ero componente e capo-gruppo del Cdu, che ha operato dal 1996 al 2001 decise di andare ad Hammamet per sentire l’ex presidente del Consiglio, Craxi. Lo stesso Craxi aveva chiesto in modo pressante l’incontro perché intendeva fornire elementi importantissimi sulla tragedia Moro. La Commissione aderì all’invito e dopo gli opportuni adempimenti (si trattava di ascoltare una persona latitante) fissò la data dell’audizione. Per ben due volte la missione fu annullata: ci fu detto per lo stato di salute dello stesso Craxi. Questa tesi fu fortemente smentita dallo stesso ex presidente del consiglio attraverso il suo legale. Non si seppe mai la verità. Il ministro degli esteri Dini, sentito dalla Commissione stragi declinò ogni responsabilità sua e del governo. Allora chi aveva interesse a evitare le esternazioni di Craxi? Così come è un dato inquietante che non si riuscì ad ottenere l’audizione di Prodi in Commissione stragi per la famosa e presunta seduta spiritica dove spuntò il nome Gradoli. E oggi prende corpo un altro mistero sul perché il nostro Paese stia accettando il restringimento dei suoi spazi di democrazia e di libertà. Certo la tragedia del 1978 è stato il prefazio: con Moro ha iniziato a morire anche il senso della politica e l’idea di comunità.

Mario Tassone

Segretario nazionale Cdu

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