CHIESA E STAMPA: UNIRSI CONTRO LA ‘NDRANGHETA

di Luciano Regolo

Libertà di stampa e fede, non solo non sono in contrasto, ma possono e devono contribuire alla lotta contro le mafie, visibili e invisibili. Questo il messaggio forte e chiaro emerso l’altro giorno al dibattito su “Chiesa, n’drangheta e informazione, tre facce della stessa medaglia”, promosso presso l’aula consiliare della Provincia vibonese dal Rotary di Vibo. Un messaggio condiviso da Carlo Parisi, componente della giunta Fnsi, nonché segretario del sindacato giornalisti Calabria, da Giuseppe Soluri, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Calabria, entrambi convinti che bisogna distinguere tra la Chiesa di Papa Francesco, fermamente intenzionata a combattere violenze e soprusi, e quelle figure sacerdotali pavide e inattive, purtroppo ancora presenti non solo nel nostro territorio regionale, e certi del fatto che ovviamente la libera informazione debba schierarsi con la prima. Quanto questa distinzione sia importante lo si è evinto dal vibrante intervento del collega e amico fraterno Michele Albanese che ha raccontato di un parroco della Piana, il quale si scagliò contro gli inquirenti che avevano fatto arrestare “dei galantuomini”, boss poi condannati per reati di mafia. L’argomento non è dei più semplici anche perché, purtroppo, spesso, se ne confondono i contorni: da un lato la tendenza dei media a puntare il dito contro le autorità ecclesiastiche in blocco a ogni singolo caso di omertà o collusione che riguardi un sacerdote, dall’altro quello di alcuni vescovi che eccedono nello zelo difensivo e, per eludere le critiche, finiscono per indebolire il fronte della netta opposizione alla n’drangheta. Tanti ecclesiastici, per esempio, insorgendo contro i giornalisti che, in modo più che corretto o legittimo, segnalano intollerabili commistioni come quelle degli “inchini” davanti alle case dei boss fatti fare a statue della Madonna durante le processioni, oppure segnalano la presenza di mafiosi in luoghi sacri come il Santuario di Polsi, o negano gli eventi oppure, citando il Vangelo o i continui richiami di Papa Francesco alla misericordia infinita del Cristo, ribadiscono che la missione sacerdotale impone di convertire ogni cuore, anche quello dei criminali più incalliti. Ma il pontefice, in occasione della sua visita a Cassano, lo scorso 21 giugno, è stato molto chiaro, non soltanto scomunicando aderenti e affiliati alle n’drine, ma esortando tutti i preti a non limitarsi a celebrare i funerali delle vittime della criminalità organizzata, per lottare sul campo contro ogni ingerenza e violenza mafiosa. Lo stesso Vangelo, inoltre, mostra il netto confine fra la carità cristiana e l’inaccettabile commistione, poiché da un lato racconta di Gesù dedito a visitare le case di peccatori per salvarne l’anima, dall’altro ci dice del Messia indignato di fronte a chi, sfruttando la devozione della gente, mercanteggiava nel Tempio, tanto da togliersi il cordone e scacciarli via. Il che significa che se ben fa un sacerdote, nel privato e nel dialogo introspettivo, a tentare un recupero dei mafiosi e delle loro famiglie, non può e non deve certo avallare le ingerenze di certi soggetti in eventi pubblici religiosi. Queste infatti sono uno strumento con cui la n’drangheta legittima il proprio potere sulle comunità, si pone come una forza addirittura benedetta dalla Chiesa, confondendo così in modo diabolico le coscienze. Ecco perchè contro “inchini” e commistioni analoghe c’è bisogno di distacchi netti, di scomuniche, di veti inequivocabili. Di recente, Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, è intervenuto sulla infausta fama del santuario di Polsi quale presunto luogo di ritrovo per i boss, con un suo scritto pubblicato da “Il Garantista”. Giustamente difende quel luogo mariano e rammenta la devozione di migliaia di fedeli che vi accorrono spinti esclusivamente dal più genuino sentimento di fede. Ma il vescovo, a mio avviso, si è spinto un po’ oltre. Punta infatti il dito contro le istituzioni come uniche responsabili del potere mafioso, che troverebbe a suo avviso, una causa nella mancanza di occupazione per tanti giovani nel nostro territorio regionale. Oliva ha citato addirittura le parole di un boss al magistrato che lo interrogava: “Voi parlate di legalità nelle scuole e i ragazzi ne sono colpiti…, poi però finiscono gli studi e chi glielo trova il lavoro? Glielo trovate voi, dottore?. No, glielo troviamo noi!”. È una citazione infelice. La Chiesa può e deve aiutare le famiglie a educare i giovani che è meglio vivere con dignità la mancanza di un impiego, persino la totale povertà, piuttosto che accettare aiuti da certi personaggi, che poi pretendono qualcosa in cambio, ne compromettono per sempre la libertà e la rettitudine. E non vi può essere alcun bisogno a spingere un individuo a ignorare il male e il sangue su cui si poggia una determinata influenza. La pseudo-sicurezza o la pseudo sistemazione che fornirebbe la n’drangheta è solo un inganno, ed è proprio la mentalità “giustificazionista” che strangola la nostra Calabria, impedendo la reazione capillare e diffusa nella società civile e incoraggiando invece un’omertà basata sulla convinzione che sia meglio non contrastare certe forze. Difendere il buon nome del santuario di Polsi, significa rinvendirne la forza spirituale coi fatti, farne addirittura un polo di preghiera contro la violenza mafiosa. Per questo, a Vibo, ho lanciato l’idea di un Rosario, in processione, che proprio a Polsi chieda alla Madonna la grazia di liberare la Calabria dal cancro della n’drangheta. Con gesti come questo non potranno più insorgere confusioni e, ripetendoli con frequenza, c’è da credere che se davvero i boss lo vedono come un luogo ideale per i loro ritrovi, a un certo punto lì cominceranno a sentirsi a disagio, dei pesci fuor acqua. Tutti i fedeli si convincerebbero che ogni vescovo, ogni sacerdote sia convinto della necessità di denunciare soprusi e intimidazioni di stampo mafioso, senza tentennamenti, senza “ma” o “perchè” di sorta. E monsignor Oliva dovrebbe ricordare anche che, proprio nel suo territorio diocesano, diverse cooperative che mostrano coi fatti come si possa costruire una realtà occupazionale in modo onesto, abbiano subito attentati e minacce di vario genere. Smettano sacerdoti e vescovi calabresi a vedere dei nemici nei giornalisti che denunciano le inaccettabili quiescienze nell’ambito ecclesiastico. Perchè in realtà proprio lo spirito di fede dovrebbe spingere alla verità e alla trasparenza. La nostra è anche una terra di valori profondi e di figure d’intensa spiritualità, da San Francesco di Paola a Natuzza Evolo. Questo dev’essere il bagaglio comune di un fronte compatto che cooperi nella diffusione della cultura dell’antimafia. Le difese acritiche, le accuse reciproche, le giustificazioni distorcenti, sono un danno per tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...