DE ROSE E SANSONETTI: SI CONOSCONO, MA NON SI EVITANO

di Luciano Regolo

Il carattere a bastoni delle scritte più grandi, d’un nero cupo, come i nomi degli annunci mortuari, ma anche il testo vagamente (e forse involontoriamente) riecheggiante una delle prime campagne anti-aids (“se lo conosci lo eviti”), rivisti oggi, hanno tutto l’effetto di un’autoironia beffarda…

Ecco una pagina pubblicitaria, lumeggiante l’attività dello stampatore Umberto De Rose, quello della sinistra e famosa telefonata del “cinghiale ferito che poi ammazza tutti”, pubblicata su varie testate nel 2010.

A scovarla è stato il nostro Francesco Ventura, il quale, avendo vissuto intesamente l’Oragate e le sue dolorose conseguenze (dalla chiusura del nostro quotidiano e dall’oscuramento del sito sino alla messa in ferie forzate e poi in cassaintegrazione dei giornalisti), è rimasto subito colpito dal testo diventato ora quasi “autosatirico”: «De Rose non è un editore. Forse non lo conosci eppure da molti anni il suo lavoro è sotto gli occhi di tutti. Anche i tuoi». E ancora: «Forse non conosci De Rose, eppure molti dei quotidiani, settimanali, mensili e altri prodotti editoriali che ogni giorno nascono dalla fantasia e dalla tenacia degli autori e degli editori calabresi sono stampati da lui».

Slogan e messaggi pubblicitari connessi di questa “paginona” pubblicitaria, risalente a un quinquiennio fa, mentre in Calabria dovevano tenersi le elezioni regionali (quelle che portarono alla vittoria di Scopelliti, strenuo difensore di De Rose durante il “caso Gentile” tanto da lasciarlo tranquillamente al suo posto di presidente di Fincalabra sino alla scadenza del mandato e da non esternare alcuna solidarietà alla nostra redazione per l’orrenda censura subita) forniscono diversi spunti di riflessione.

Il lavoro di De Rose sembra essere ancora “sotto gli occhi di tutti”, salvo quelli del Tribunale di Cosenza. Dopo la perizia che ha acclarato che nel suo stabilmento di Montalto Uffugo la notte tra il 18 e il 19 febbraio 2014 non vi fu alcun guasto alla rotativa e che quindi fu impedita volontariamente l’uscita del nostro giornale con la notizia dell’inchiesta aperta sul figlio del senatore Gentile, la Procura ha sì rinviato a giudizio lo stampatore per violenza privata, ma per ben due volte l’udienza è stata rimandata per mancate notifiche. Difettucci procedurali che hanno slitatto il prossimo appuntamento davanti al giudice addirittura a ottobre, quando saranno trascorsi quasi due anni dalla violenza su cui la magistratura dovrebbe pronunciarsi. Cosa ancora più curiosa è che il sottoscritto, pure parte lesa in questo processo, continua a non ricevere dal tribunale cosentino alcuna notifica sulle convocazioni delle udienze e sui rinvii.

Un assordante silenzio, però, è calato su questa vicenda. “De Rose non è un editore”, si legge, ancora, sul vecchio annuncio. Però voleva diventarlo: il liquidatore della nostra società editrice decise la sospensione delle pubblicazioni dell’Ora e l’oscuramento del sito, proprio dopo un mio editoriale che denunciava la manovra per far finire la proprietà della testata nelle mani di De Rose e il conseguente sciopero indetto dall’assemblea della redazione. Anche oggi “stampa molti prodotti editoriali calabresi”. Anzi di più. A cominciare da “Il Garantista”, diretto da Piero Sansonetti, mio predecessore all’Ora della Calabria e, all’epoca, in così buoni rapporti con lo stampatore cosentino da affidarsi a lui anche per il suo settimanale nazionale “Gli Altri”. È voce insistente, anzi, che alle prime crisi economiche del nuovo quotidiano divampate già a pochi mesi dall’apertura, De Rose non solo abbia sostituito il precedente stampatore, ma abbia anche investito del suo denaro nell’acquisizione di quote societarie.

De Rose stampa inoltre “La Provincia di Cosenza”, fondato dall’ex pubblicitatrio dell’Ora della Calabria che, dopo la telefonata censoria, cercò più volte di convincermi invano a una pace con lo stampatore, quale preludio alla acquisizione della testata da parte dello stesso.

Ma tutto qui in Calabria si dimentica in fretta, di solito. Perchè l’obiettivo di certi poteri nascosti è sempre lo stesso: produrre oblio, indifferenza e lo sfinimento o, peggio, la rassegnazione di chi vorrebbe ribellarsi. Ho sentito Sansonetti intervistato da Radio Popolare a proposito dell’iniziativa “Platì Città Aperta”, recentemente promossa dal “Il Garantista”: sosteneva che in quel comune c’è il fascismo perchè la gente di fatto non può votare, ma che il vero problema lì non è la n’drangheta, ma la dimenticanza dello Stato: i topi nell’acquedotto, le scuole troppo lontane da raggiungere, ecc.

Mi ha ricordato il tassista di “Johnny Stecchino” che diceva a Benigni, nel film sosia di un boss, che il vero e più grave male di Palermo sono il traffico e la calura estiva. Sansonetti, nella medesima esternazione radiofonica, denunciava l’assenza di diritti in tanti comuni calabresi come Platì, eppure, dall’alto della sua sbandierata concezione garantista, non ha mai profuso parola sulle orribili minacce pronunciate da De Rose, per ottenere che non fosse pubblicato l’articolo su Gentile junior, in una telefonata di cui Rosi Bindi, disse a caldo che conteneva diversi spunti per la Commissione Antimafia, di cui è presidente. Non solo: Sansonetti ha accettato tranquillamente che De Rose stampasse il quotidiano da lui diretto e in cui sono confluiti diversi giornalisti dell’Ora che, contro quella prepotenza dello stampatore, condivisero notti e giorni di occupazione e di protesta convinta in nome della libertà di stampa, senza alcun rispetto per loro, per la loro dignità umana e professionale. Quali diritti intende “garantire” in questo modo? Può essere davvero credibile in questa situazione la sua difesa delle libertà?

Chi crede realmente in dei principi non si limita a ostentarne la difesa, ma ne persegue quest’ultima con costanza e coerenza, altrimenti, gioco-forza, s’ingenera il sospetto che certe posizioni nascano dal proprio tornaconto e che i principi siano in realtà usati per fini personali, o di altri soggetti, mascherando o addomesticando le realtà più scomode. Non è forse un diritto da garantire quello di una redazione di poter informare la comunità regionale su un’inchiesta aperta a carico del figlio di un senatore che sarebbe stato favorito dall’Asp cosentina nell’ambito della vicenda delle cosiddette “consulenze d’oro”? E come si fa, allora, a dirigere un quotidiano che vorrebbe essere garante dei diritti (si presume tutti i diritti e i diritti di tutti, non solo quelli dei potenti indagati) che viene stampato da un imprenditore che non esitava ad agitare agghiaccianti minacce pur di arrivare al suo fine censorio, né ha esitato a simulare un guasto alla sua rotativa per non fare uscire il giornale con la notizia invisa al senatore suo amico? Purtroppo quest’assenza di imbarazzo conferma i sospetti di opportunismo, di disponibilità al compromesso con tutta una lobby calabrese che di certo non favorisce il godimento dei (veri) diritti da parte dei cittadini.

Tanto più che la necessità di stampare con De Rose, fu spacciata da Sansonetti ai giornalisti della sua redazione reduci dell’Ora, come necessaria per risanare il bilancio e, anche sorvolando sul vuoto etico-garantista di un simile atteggiamento, i fatti, e soprattutto il mancato puntuale pagamento degli stipendi, lamentato tuttora da gran parte dei redattori, mostrano che neppure l’asettico realismo poteva giustificare una simile scelta, essendo rimasti, evidentemente, i conti dissestati. Le ragioni che hanno ridestato la vecchia intesa De Rose-Sansonetti, quindi, sembrano altre, comunque esterne al bene del giornale e di chi vi lavora seriamente, forse piuttosto legate al “bene” unico del suo direttore.

A proposito della tavola rotonda promossa a Platì da “Il Garantista”, mi ha stupito la presenza in quel contesto, accanto a Sansonetti, di un altro collega, Paolo Pollichieni, pure lui mio predecessore alla guida dell’“Ora della Calabria”, oggi direttore del “Corriere della Calabria”. Soltanto 10 mesi fa, in seguito all’ennesimo attacco di Sansonetti a Gratteri (dopo quello a Cafiero De Raho, entrambi magistrati in prima linea nella lotta contro la n’drangheta) in un editoriale dal titolo “Fedeli solo ai lettori”, Pollichieni scriveva: «Non si senta solo Michele Albanese (sotto scorta per i suoi coraggiosi articoli sulle vicende di mafia della Piana, ndr) e non si sentano soli tutti quei colleghi, ovunque lavorino, che vedono la loro esposizione aumentare davanti all’imbecillità di chi tenta di stabilire che, in Calabria, esiste una sola tribuna garantista mentre le altre sono “fedeli alla Procura”.
E veniamo ai patentini distribuiti da un improvvido editoriale di Sansonetti, che da quando ha deciso di scendere in Calabria non pare fortunato, né portatore di fortuna, per gli editori calabresi. Non sappiamo, perché non ce lo dice (ma, a questo punto, ce lo fa intuire….) a chi e a che cosa sia fedele lui. (…). Garantismo, per noi, significa (…) tante cose e su queste cose non accettiamo lezioni dai “marxisti” da salotto che ci mettono mezzo secolo prima di “scoprire” la Calabria e innamorarsene…. speriamo disinteressatamente».

Qualcosa evidentemente è cambiato negli ultimi mesi, nel rapporto tra Pollichieni e Sansonetti che, di recente, ospita spesso e volentieri esternazioni del direttore del “Corriere della Calabria” sul suo “Garantista”. Pare che al disgelo abbiano contribuito i buoni uffici di Ernesto Magorno (lo stesso che raccomandava con lettera a Renzi, pubblicata dall’Ora, la Terremoto perchè fosse riconfermata alla guida del Tg3 regionale, nonostante la vicinanza con il governo regionale di Scopelliti) e soprattutto dell’impareggiabile Enza Bruno Bossio, pure lei esternatrice costante nel quotidiano sansonettiano. Ricordo ancora una volta che la stessa onorevole, consorte di Nicola Adamo, quando la Commissione Antimafia mi ascoltò a Reggio Calabria, quasi un anno fa, sull’Oragate, tendeva a minimizzare la chiusura della nostra testata come dovuta, unicamente, ai problemi economici dei Citrigno, la famiglia editrice, per via del sequestro dei beni disposto dalla Dda. Certo non replicò nulla quando spiegai alla commissione che stranamente il liquidatore Giuseppe Bilotta, casualmente nello stesso Rotary di De Rose, era consulente, quale commercialista, di Piero Citrigno, nella causa per il sequestro, e che il suo legale era quello stesso Celestino, avvocato del Citrigno senior nella medesima causa, nonché già avvocato di Adamo, nella cosiddetta inchiesta “Why not”.

Mi risulta tuttavia che l’intento minimizzatore, nonché le continue delazioni della Bossio nei confronti del mio impegno a tutela della libertà di stampa e dei diritti sindacali dei giornalisti proseguano. E forse non è un semplice caso o una dimenticanza, se da quasi un anno, nonostante due missive da me indirizzate alla Bindi e a Fava, presidente e vicepresidente della Commissione Antimafia, ancora non sono stato riconvocato come, invece, mi fu preannunciato allora, e questo mentre i miei colleghi dell’Ora e io siamo finiti nel pressocchè totale isolamento, sostenuti ormai solo dal Sindacato giornalisti. In una situazione in cui si dimenticano o si vorrebbero dimenticare le cose più scomode, mi preme rammentare anche che Enza Bruna Bossio era in ottimi rapporti con i due Piero (Citrigno e Sansonetti), come documentano fra l’altro una serie di foto di party in casa Citrigno che ho visto con i miei occhi nell’archivio del giornale.

Nuovi lumi su sodalizi di vecchia data e su quelli apparentemente più recenti, si dice, potrebbero emergere dall’inchiesta sulla continuità editoriale tra “Calabria Ora” e “L’Ora della Calabria”, oggi improvvisamente placatasi nei tempi, rispetto ai ritmi incalzanti che notavo prima del “Caso Gentile. In una sorta di gioco di corsi e ricorsi. di un’autoironia amara per la nostra terra, come questa vecchia pubblicità dello stampatore.

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