“Collegato” regionale, ecco i motivi della bocciatura

Superamento dei limiti del piano di rientro e violazione dei principi di finanza pubblica. Sono essenzialemente questi i motivi che hanno indotto il governo Renzi a impugnare davanti la Corte costituzionale il Collegato della Regione Calabria (legge regionale 11 del 2015) nelle parti relative alla sanità. Una bocciatura che sarebbe stata originata da una segnalazione del commissario Massimo Scura, che secondo fonti accreditate si sarebbe mosso all’insaputa dei vertici politici e amministrativi della Regione. Alla fine il Consiglio dei ministri dà ragione a Scura sospettando di incostituzionalità due norme del Collegato regionale, l’articolo 2 sul contenimento della spesa degli enti strumentali e l’articolo 5 sul blocco degli accreditamenti di nuove strutture sanitarie. Ecco cosa scrive il governo Renzi nelle motivazioni del ricorso alla Consulta: “L’articolo 2 della legge regionale in esame prevede, al comma 1, che a partire dall’anno finanziario 2015, gli enti strumentali della regione, comprese le aziende (e, quindi, anche le aziende sanitarie) e gli altri enti dipendenti, ausiliari o vigilati dalla Regione, sono tenuti a non superare la spesa per il personale, al lordo degli oneri riflessi e dell’Irap, sostenuta nel 2014 e a ridurre le spese dei beni e servizi rispetto all’anno 2014. Il comma 2 sancisce che la misura della riduzione delle spese di personale sia determinata per ciascuno degli enti attraverso linee di indirizzo dettate dalla Giunta regionale entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge nel limite massimo del 30%. Il comma 3 statuisce che la misura esatta della riduzione delle spese per i beni e servizi specificati, che deve essere compresa in un range tra il 10% e il 30%, deve essere determinata per ciascuno degli enti attraverso linee di indirizzo dettate dalla Giunta regionale entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge. Il comma 4 prevede, che nelle more dell’adozione delle linee di indirizzo, gli enti provvedono a realizzare la riduzione delle spese per beni e servizi nella misura minima del 10%. Il comma 5 dispone che l’adozione di provvedimenti che, pur rispettando i limiti di cui alla lettera a) del comma 1, comportino nuova spesa di personale a qualunque titolo, deve essere preventivamente autorizzata dalla Giunta regionale. Infine, al comma 6 sono specificate le condizioni di cui tener conto nelle linee di indirizzo e al comma 7, al fine di consentire il rispetto delle prescrizioni in materia di personale, si prevede che gli enti adottano un apposito provvedimento che quantifichi il limite di spesa annuale (comma 7), che deve essere inviato, entro cinque giorni dall’adozione al Dipartimento Bilancio e al Dipartimento vigilante (ai sensi del comma 8). Tali disposizioni, nella misura in cui si applicano anche alle aziende e agli enti del servizio sanitario regionale, intervenendo – rileva il Consiglio dei ministri – in materia di contenimento della spesa per il personale e per l’acquisto di beni e servizi, interferiscono – anche e soprattutto nella parte in cui rinviano a linee di indirizzo da adottarsi con provvedimenti di Giunta – con i poteri del commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario e, conseguentemente, violano l’articolo 120 della Costituzione. Infatti è prerogativa del commissario ad acta, ai sensi del mandato conferitogli con la deliberazione del Cdm del 12 marzo 2015, punti 5) e 6), l’attuazione dei provvedimenti di razionalizzazione e contenimento della spesa del personale e per l’acquisto dei beni e servizi”. Ma questa non è l’unica norma del Collegato della Regione a finire nel mirino del Governo Renzi: “L’articolo 5 della legge regionale in esame dispone il blocco delle procedure di accreditamento di nuove strutture socio-sanitarie (per le prestazioni di cui ai commi precedenti) che determinino spese eccedenti la disponibilità del bilancio, fino al successivo atto di accertamento del fabbisogno da parte della Regione. Anche tale disposizione, nella parte in cui prevede misure in materia di accreditamento di nuove strutture socio-sanitarie, interferisce – annota il Consiglio dei ministri – con i poteri del commissario ad acta, cui, ai sensi del punto 4 della citata deliberazione del Cdm del 12 marzo 2015, è stato affidato il mandato dell’adozione del provvedimento di riassetto della rete di assistenza territoriale, in coerenza con quanto specificatamente previsto dal Patto per la salute 2014-2016, così violando l’articolo 120 della Costituzione… Le disposizioni inoltre, contrastano con l’articolo 2, commi 80 e 95, della legge 191/2009, secondo cui ‘gli interventi individuati dal piano di rientro sono vincolanti per la Regione, che è obbligata a rimuovere i provvedimenti, anche legislativi, e a non adottarne dei nuovi che siano di ostacolo alla piena attuazione del piano di rientro’. Di conseguenza – conclude il governo – esse violano, altresì, l’articolo 117, Comma 3, della Costituzione, per contrasto con i principi fondamentali della legislazione statale in materia di coordinamento della finanza pubblica e di tutela della salute”. (a.c.)

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