ENZA BRUNO BOSSIO E LA NEMESI DEL DESTINO

di Luciano Regolo

Nelle tragedie dell’antica Grecia, chi compiva la hybris, ossia una violenza o una prepotenza, alterando così il corso degli eventi, finiva inevitabilmente per subire la nemesis, ossia la vendetta del fato, che puniva l’arrogante e ripristinava il giusto ordine delle cose.

A questa classica dinamica, reminiscenza in me sempre viva degli studi liceali al Galluppi di Catanzaro, mi è venuto spontaneo associare l’affair Enza Bruno Bossio divampato negli ultimi giorni. Com’è suo solito – e i lettori affezionati dell’Ora della Calabria e di questo blog lo sanno bene – l’onorevole, nella direzione nazionale del Pd, non gradendo alcuni articoli mandati on line dal Corriere della Calabria e in modo particolare il quesito sollevato circa la sua posizione scomoda, se non imbarazzante, come componente della Commissione Antimafia, ora che il consorte, Nicola Adamo, travolto da Rimborsopoli è sottoposto al divieto di dimorare nella nostra regione, ha mandato in circuito su Twitter un commento al vetriolo su Paolo Pollichieni direttore della testata: “nessuno si chiede chi finanzia il Corriere della Calabria?”, aggiungendo che invece i suoi redditi e i suoi sponsor sono del tutto trasparenti e a disposizione della pubblica consultazione sul sito della Camera dei deputati.

Ma quest’invito, subito raccolto dai colleghi del Corriere della Calabria, ha avuto un esito fatale per la Bruno Bossio, poiché si sono scoperti dei finanziatori coperti dal neretto nella sua campagna elettorale e sotto il neretto, poi ,sono venuti fuori i nomi di due aziende sanitarie, tra i beni sequestrati a Pietro Citrigno, padre del nostro ex editore, dalla Direzione Antimafia di Catanzaro.

A questo punto la posizione di Enza in seno alla Commissione presieduta da Rosy Bindi diventa ancora più precaria, tanto che oggi il Movimento Cinque Stelle ha annunciato un’interrogazione parlamentare sulla vicenda.

Nella loro implacabile dinamica, cui si accennava all’inizio, i tragici greci direbbero che la reazione veemente (se non prepotente) dell’onorevole a quesiti e critiche più che legittimi e comunque certamente accettabili in un Paese democratico, ha provocato la nemesis del destino, che rischia di farle perdere potere e prestigio difesi con fin troppa grinta da quando siede a Montecitorio, anche all’interno del suo stesso Partito con chi non condivide le sue idee.

Ed è innegabile che, da questo punto di vista, la corda si è tirata sino all’eccesso. La contesa col Corriere della Calabria non è certo una novità. Da oltre un anno, infatti, stiamo segnalando reazioni di questo tipo da parte di Enza Bruno Bossio.

Il 27 marzo 2014, soltanto perchè in un editoriale (ancora l’Ora andava in edicola) facevo notare, dopo la visita di Renzi a Scalea, che tanti esponenti del Pd tacevano di fronte alla morte annunciata della nostra testata dopo l’orrenda censura del Caso Gentile, e avevo menzionato tra i silenti anche lei, che in passato durante la direzione di Sansonetti, aveva inondato il giornale di suoi sapidi comunicati e persino suggerito le sue foto da pubblicare, mi scrisse una lettera ingiuriosa accusandomi di averla attaccata soltanto perchè lei si sarebbe rifiutata di fornirmi del materiale secretato su un’inchiesta in corso a Rende.

Si riferiva a un’unica telefonata intercorsa tra me e lei, per fortuna in viva voce , e alla presenza di un folto gruppo di colleghi, pronti a testimoniare, in cui le avevo semplicemente chiesto se sapeva come mai altri giornali stessero pubblicando quei documenti riservati dei quali sia la legge sia la deontologia professionale vietavano la divulgazione.

Senza scrupolo, tuttavia, la Bossio non esitò ad alterare del tutto la verità e a farmi passare come un giornalista scorretto, addirittura fuori legge e ricatattorio o vendicativo.

Pubblicai il suo scritto, con una lunga risposta, dal titolo: “Enza Bruno Bossio e la sua lesa maestà”. Poco dopo l’uscita del giornale, Enza twittò: “Regolo amico di Scopelliti”, in modo anche paradossale, visto la linea decisamente critica che stavamo tenendo verso l’allora presidente della Regione. La nostra replica fu rispolverare dal nostro archivio fotografico l’immagine di un festoso saluto con tanto di semi-inchino di Enza a Scopelliti, subito dopo l’elezione di ques’ultimo, in pieno centro a Cosenza, nonché ricostruire il finto faccia a faccia, organizzato nello stesso periodo, tra il marito Nicola Adamo e il governatore Peppe, sulla sanità calabrese, che segnò invece l’inizio di un rapporto molto, molto cordiale. L’indomita onorevole allora si sfogò di nuovo su Twitter: “Sono oggetto di attacchi mafiosi a mezzo stampa”.

La invitai pubblicamente a dire chi fosse che la sottoponeva a pressione, sottolineando l’auspicio che non avesse usato invano il termine “mafioso”, proprio lei che sedeva nella Commissione Antimafia. Nonostante questi episodi, la Bruno Bossio, come se nulla fosse, era con i componenti di quest’utltima, quando, nel giugno 2014, venni ascoltato a Reggio Calabria e, come ho già raccontato tante volte (nella pressocché totale indifferenza della gran parte delle testate locali), m’interruppe diverse volte mentre ricostruivo la vicenda della chiusura della testata e dell’oscuramento del sito dopo l’Oragate, cercando platealmente di minimizzare il tutto. Per lei le pubblicazioni erano state sospese soltanto perchè ai Citrigno, dopo il sequestro, era mancato il capitale. Mi fu necessario più volte replicare a questa a dir poco sommaria ricostruzione dei fatti, ma anche rammentare dei rapporti oscuri tra lo stampatore De Rose e Pietro Citrigno e tra questi e il liquidatore della nostra società editrice, Giuseppe Bilotta. Quest’ultimo fra l’altro, aveva scelto come suo legale quell’avvocato Celestino che assistette Adamo nel caso “Why not” e che ora lo assiste anche in Rimborsopoli. Quando le rammentai la circostanza, che l’avvocato Celestino, che l’onorevole “doveva conoscere”, difendeva pure Piero Citrigno nella causa del sequestro, lei parve placarsi. Quella seduta, comunque, si concluse con l’annuncio che sarei stato convocato a Roma per essere ascoltato dalla Commissione in forma ufficiale. Ma questa convocazione non c’è mai stata. Ho scritto più volte sia alla Presidente Bindi, sia al Vicepresidente Fava, anche per segnalare come il Tribunale di Cosenza continui a rinviare le udienze del processo per violenza privata a De Rose, che simulò un guasto alla rotativa per non fare uscire il nostro giornale con la notizia dell’inchiesta aperta a carico del figlio del Senatore Gentile.

Ma non ho mai ricevuto alcuna risposta, neppure un messaggio di solidarietà. Visto l’atteggiamento tenuto dalla Bossio in mia presenza a Reggio, ma pure le esternazioni sul mio conto e sulla nostra protesta cui si è lasciata andare in presenza di altre persone, è facile supporre che, essendo lei tra i referenti principali per il territorio cosentino all’interno della Commissione, abbia continuato a insistere nella sua versione “minimalista”, fino a convincere gli altri commissari. La stessa Bindi, in occasione del Premio Gerbera Gialla di un anno fa, venendomi incontro mi chiese: “Ma la chiusura del giornale è collegata al Caso Gentile?”. “Ovviamente”, risposi. E lei: “Ma allora perchè continuano a dirmi di no?”. Chi glielo stava dicendo questo no?

Certo è che quanto emerso sulle sponsorship arrivate alla Bossio dalle cliniche di Citrigno,pone interrogativi seri sulla posizione da lei assunta sulla nostra vicenda in quel di Reggio Calabria. Inoltre, tenendo conto del feeling tra l’onorevole e Sansonetti – lei in quella circostanza ne lumeggiò persino l’operato in difesa sindacale dei colleghi – potrebbe apparire quanto meno curiosa la coincidenza di quel duro attacco sferrato, nei mesi scorsi, dal direttore del “Garantista” contro Cafiero De Raho, lo stesso magistrato della Procura di Reggio, titolare dell’inchiesta sui rimborsi gonfiati degli ex consiglieri regionali.

Invano, comunque, anche nell’anniversario dell’Oragate, o al Congresso della Federazione Nazionale della Stampa a Chianciano, abbiamo attirato l’attenzione sull’isolamento in cui noi giornalisti dell’Ora siamo precipitati, e su una liquidazione societaria che va avanti da un anno e due mesi, con tanti lati poco chiari su cui nessuno sembra voler fare luce.

Il silenzio sulla nostra vicenda, anche nell’editoria calabrese, è stato assordante. Qualcuno nel riportare la relazione della Commissione Antimafia, ha appena accennato alla vicenda dell’Oragate, tagliando nomi e situazioni (salvo usare il cognome del sottoscritto nelle tag), in modo triste, poiché segno di una debolezza intriseca alla categoria destinata a renderla sempre più vulnerabile ed esposta alle prepotenze del mondo politico-imprenditoriale. L’ingiustizia, il sopruso, il calpestio della legalità vanno combattuti indipendentemente da chi bersaglino. Non bisognerebbe attendere di esserne colpiti direttamente per levare il capo, altrimenti si rischierebbe di seguire, anche inconsciamente, la stessa logica ritorsiva o “cinghialesca” dei prepotenti che colpiscono o tentano di colpire quando li si attacca o quando li si delude. Una terra dove si tollerano censure, minacce, manovre delatorie per screditare chi abbraccia la causa della libera informazione non è sicura per nessuno, né riuscirà a propiziare finalmente un risveglio delle coscienze.

Troppe volte si vedono giornalisti, prima sedere amichevoli, allo stesso desco di quei politici magari accanitisi contro colleghi di altre testate, e poi attaccarli solo se feriti direttamente, ma la critica che scaturisce da interessi o risentimenti personali ha poco a che vedere con la libertà di stampa o con la difesa di valori irrinunciabili.

Per converso, a differenza della Bossio, dei Gentile, dei Naccari Carlizzi & C. i politici dovrebbero replicare alla stampa nei metodi consueti di una società civile, potendo anche esperire la querela qualora si sentano diffamati, oppure ricorrendo alle rettifiche, alle replica, nella logica costruttiva di un confronto democratico che non può che giovare a una comunità. Se indulgono a lese maestà o intollerabili arroganze, non dimentichino comunque che potrebbe sempre beffarli la nemesis.

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