QUAGLIARIELLO, PIRANDELLO E IL CINGHIALE RIBALTATO

di Luciano Regolo

Era il 1917, quasi un secolo fa, quando fu rappresentata per la prima volta “Così è se vi pare”, una delle più geniali e longeve opere teatrali di Pirandello, scritta per mostrare al mondo come non esista una verità, ma tante quante gli uomini ne costruiscono o ne abbracciano.

Neppure la penna dell’insigne letterato siciliano, Premio Nobel nel 1934, tuttavia avrebbe potuto congegnare, il copione amaro e, nello stesso tempo ridicolo, con cui si sta cercando di ribaltare l’Oragate, da caso di violenza e sopruso contro la libertà di stampa, degno delle dittature più oscurantiste, a complotto ordito contro la “povera vittima”, il senatore Tonino Gentile, per costringerlo a dimettersi dal ruolo di sottosegretario. Sono, anzi, convinto che, per persino Pirandello, per quanto sostenesse, difendosi dalle accuse di “cerebralismo”, che “la realtà coi suoi paradossi supera di gran lunga la fantasia”, avrebbe trovato inverosimile e grottesca la strategia messa in atto dai gentiliani da tempo e giunta al suo apice in questi giorni.

L’occasione è l’accogliamento da parte della Procura di Paola della richiesta di assoluzione del figlio del senatore, assieme ad altri due indagati, pure loro molto vicini a Tonino, per il caso delle cosiddette “Consulenze d’oro” all’Asp cosentina. Non entro nel merito delle scelte della magistratura, per principio e perchè non conoscendo gli atti e le motivazioni di questa pronuncia debbo ritenere che la difesa sia riuscita a dimostrare l’infondatezza di quanto sostenuto dagli inquirenti al momento del rinvio a giudizio, riportando, fra l’altro, in un documento consultabile da tutti, pure una intercettazione tra l’allora direttore generale dell’Asp cosentina, Scarpelli e Pino Gentile, allora assessore regionale ai Lavori Pubblici, e fratello di Tonino, «nel corso della quale», si legge, «lo Scarpelli fornisce eloquente dimostrazione del fatto che le proprie scelte amministrative debbano rispondere alle indicazioni di precisi referenti politici».

Credo fermamente nella presunzione dell’innocenza e nel diritto alla difesa, cardini di ogni ordinamento giuridico espressione di una comunità democratica e, per tanto, nella necessità che solo la magistratura nei tre gradi di giudizio possa stabilire con obiettività la colpevolezza o meno di un individuo. Ben venga, quindi, l’assoluzione di Gentile Jr e degli altri due indagati, se, come stabilito in sede processuale, erano estranei ai gravissimi fatti attribuiti loro. Non solo non ne sono turbato, o infastidito, ma addirittura gioisco quando qualcuno, vittima di accuse ingiuste, riesca a smontarle.

Ma il fatto è che questo happy end giudiziario è subito diventato il pretesto per confondere le acque e diffondere in modo massiccio, per quanto sgangherato, rivolto a una comunità di presunti dormienti e smemorati, una “verità” in grado di trasformare il senatore Gentile, con i suoi congiunti e sodali, addirittura in martiri. Forse, anche perchè, come si sussurra da tempo, col benestare di Alfano, ministro dell’interno, Tonino starebbe riaccarezzando il sogno di un sottosegretariato nel governo Renzi.

L’esempio più eclatante, di questa strategia, rinvigoritasi per la decisione della Procura Paolana, è la nota surreale diffusa dal coordinatore nazionale di Ncd, Gaetano Quagliariello: «Non sono mai stato un amante del complottismo, ma la definitiva composizione del mosaico nella vicenda che portò alle dimissioni del senatore Tonino Gentile da sottosegretario dovrebbe indurre tutti, anche coloro che al tempo presero una posizione ostile, a una riflessione. Come tutti ricorderanno Gentile fu oggetto di una violenta campagna di stampa con l’accusa (solo mediatica) di aver impedito attraverso pressioni l’uscita di un giornale calabrese affinché quest’ultimo non riportasse la notizia di una indagine a carico di suo figlio per l’attribuzione di incarichi professionali da parte di una Asp. Non solo gli accertamenti della magistratura hanno già da tempo escluso qualsiasi responsabilità dei Gentile nella mancata pubblicazione del giornale calabrese, ma in queste ore, con un provvedimento di rara nettezza, l’autorità giudiziaria ha liquidato le accuse per l’attività professionale nei confronti del figlio del senatore, dalle quali tutto è partito, archiviandole su richiesta del pm come neanche lontanamente sussistenti, neppure sotto un profilo meramente indiziario».
«Insomma – dice ancora Quagliariello -, non era vero che Gentile aveva esercitato pressioni affinché il quotidiano calabrese occultasse la notizia (peraltro già uscita) delle accuse a carico di suo figlio, e oggi sappiamo che non erano vere neanche le accuse stesse. Eppure, su accuse infondate e su notizie inesistenti è stata imbastita una campagna di inaudita violenza che ha indotto il sentore Gentile a rinunciare al suo incarico di governo per salvaguardare le istituzioni, il suo partito e la sua famiglia. Di fronte a questa vicenda, innanzi tutto va riconosciuta al senatore Gentile e a suo figlio Andrea la fiducia nella giustizia con la quale hanno atteso che la verità si affermasse. Inoltre una riflessione: in assenza di obiettività e approfondimento – conclude -, lo scollamento tra rappresentazione e realtà e il soccombere della realtà alla rappresentazione può produrre sostanziali ingiustizie».

Di fronte a un simile cumulo di “forzature” (e uso un eufemismo) concentrate in questa esternazione di Quagliariello c’è da restare basiti. Chi ha ordito il complotto dell’Oragate? La telefonata della notte tra il 18 e il 19 febbraio 2014, da me registrata e tuttora ascoltabile da tutti, con cui lo stampatore Umberto De Rose, parlando per conto e in nome di Tonino Gentile, minacciava l’editore e di riflesso il sottoscritto, di pesanti e “cinghialesche” ritorsioni nel caso in cui non fosse stata elimininata dal numero in uscita dell’Ora della Calabria la notizia dell’inchiesta aperta a carico del figlio del senatore, è stata forse inventata? Oppure ottenuta con sofisticazioni al computer come ipotizzato dalla difesa di De Rose, invano visto quanto dimostrato dalla perizia degli inquirenti sul mio cellulare?

È forse De Rose stesso, l’archittetto della congiura? Proprio lui, così vicino ai Gentile da essere indagato anche dalla Procura di Catanzaro per l’assunzione con contratti a progetto di entrambi i figli del parlamentare di Ncd in Fincalabra quando ne era presidente? Se De Rose usando quei termini da brivido, voleva ordire questo “complotto”, questa “violenta campagna mediatica”, allora, io mi chiedo e l’ho sto già facendo, pubblicamente, da oltre un anno, perchè il senatore non Gentile l’abbia ancora querelato per aver usato arbitrariamente il suo nome e averne così gravemente danneggiato l’immagine.

Perchè in realtà furono quella telefonata, da me diffusa dopo la nomina di Tonino Gentile a sottosegretario alle infrastrutture pubbliche, ma anche il blocco della rotativa per un guasto che non ci fu mai (come stabilito poi dalla perizia disposta dalla Procura di Cosenza) deciso nottetempo da De Rose, quando seppe che non avevo ceduto all’imposizione, per impedire che il giornale andasse in edicola, a provocare quella reazione immediata di sdegno dell’opinione pubblica che Quagliariello definisce “campagna di una violenza inaudita”. La sola vera violenza consumatasi è stata quella a danno di una redazione, di un giornale, di una comunità regionale intera che non ha potuto leggere il nostro articolo.

Più d’una volta Tonino Gentile avrebbe potuto prenderne le distanze, stigmatizzando pubblicamente la condotta di De Rose, invece non solo non l’ha fatto, cercando prima di negare il tutto, poi di ricondurre l’intera vicenda a vecchie e poco chiare controversie che lo oppongono ai Citrigno, la famiglia proprietaria della società editrice dell’Ora della Calabria, infine a premere come altri del suo schieramento politico perchè De Rose fosse riconfermato, nonostante lo scandalo censorio, ai vertici di Fincalabra.

Che le accuse rivolte ad Andrea Gentile per le cd “consulenze d’oro” fossero infondate non ha nulla a che vedere con il sopruso consumatosi quella notte. Il nostro articolo, (Quagliariello vada a rileggerselo), non assumeva affatto toni colpevolisti, riportava la notizia dell’apertura dell’inchiesta a carico del figlio del senatore, una personalità in vista nel territorio di riferimento dell’Ora della Calabria. Inoltre, se è vero che Gentile jr, al contrario di De Rose rinviato a giudizio per violenza privata (anche se le udienze per curiosi e frequenti difetti procedurali continunano a essere rinviate da ormai oltre un anno) è stato prosciolto per la vicenda dell’Oragate (la notifica di quest’atto mi è giunta, stranamente con estremo ritardo e dopo sollecito dei miei legali), non si può oggettivamente sostenere, come invece fa il coordinatore nazionale di Ncd, che Gentile jr non ne sapesse nulla.

Conservo copia, infatti, del messaggio inequivocabile che il giovane mandò la sera della censura all’editore Alfredo Citrigno: “Ho parlato con Umberto (De Rose, ndr). E ti ringrazio per quello che farai (convincermi a farmi togliere la notizia che lo riguardava, ndr)”. Come se non bastasse anche lo stampatore mandò un sms allo stesso editore, per sollecitarlo a rispondere alle chiamate del figlio del senatore: “Ti stanno chiamando ma tu non rispondi”. Era vero, risulta dall’elenco delle chiamate in entrata e in uscita del Citrigno, e questo significa che De Rose era in stretto contatto, quella sera, con Gentile jr, addiritura scambiandosi informazioni in tempo reale con lui. Nella telefonata da me registrata, poi, lo stampatore dice più volte che i Gentile stanno aspettando una sua chiamata per essere certi che la notizia non esca e allude al fatto che questo sarebbe stato “nu signali” di pace, di certo apprezzato e favorevole per tutta la famiglia dell’editore vista anche la prossima nomina a sottosegretario del senatore (che non era ancora avvenuta, ma di cui evidentemente si aveva già certezza). Come se non bastasse, i tabulati telefonici acquisiti dai magistrati, documentano che, dopo quella sinistra chiamata, De Rose contattò immediatamente, nonostante fossero circa le ore una del mattino, proprio il senatore. Non conosciamo, ovviamente, il contenuto della conversazione, ma basterebbe solo questo indizio a far crollare tutto il castello vittimistico eretto da Quagliariello e dai gentiliani.

Il coordinatore nazionale di Ncd parla di «ingiustizia». Ma l’ingiustizia si è consumata contro i giornalisti dell’Ora: “un giornale calabrese”, dice lui, forse perchè gli ripugna il nome di una testata che ha cercato semplicemente di esercitare liberamente il diritto di cronaca e si è opposta alle angherie? Dopo il “Caso Gentile”, la società editrice fu messa in liquidazione, e si cercò, con lo stesso avallo dei Citrigno, di far passare la proprietà della testata stessa proprio nelle mani di De Rose (che nel frattempo è diventato lo stampatore di due nuovi quotidiani La Provincia di Cosenza e Il Garantista). Quando denunciai quell’assurda e inaccettabile manovra in un editoriale e la redazione entrò in sciopero, con un atto d’ulteriore violenza, le pubblicazioni furono sospese e addirittura il sito oscurato, per mettere un bavaglio definitivo su tutta la vicenda. Fu allora che aprimmo questo blog, quale baluardo di una lotta impossibile, contro poteri e “accorduni” più forti di tutto e di tutti, che si nutrono dei silenzi e della compiacenza dilaganti, purtroppo non solo tra i politici (di ogni partito) ma anche tra i media locali.

Ricordo bene che il caporedattore del Tg3 regionale, Annamaria Terremoto, da me invitata alla conferenza con cui annunciammo l’occupazione della redazione, mi disse che vedeva in questa vicenda, solo un “fatto personale”, insomma una sorta di guerra privata tra Gentile e me. Ma io non ho mai neppure visto di persona il senatore, gli ho rivolto tanti inviti pubblici a fornire una sua spiegazione su quella telefonata di De Rose, questo sì, ma non ho mai ricevuto alcuna risposta. Ricordo bene il silenzio della maggior parte delle testate locali, sulla nostra protesta, sulle tante ingiustizie che abbiamo subito e che stiamo subendo. Prima fra tutte la Gazzetta del Sud che ieri invece ha dedicato un grande paginone sull’assolizione di Gentile jr con tanto di sommario azzurrino (ben evidenziato) in perfetta logica pirandelliana: “Le conseguenze del caso giudiziario costarono il posto di sottosegretario al padre del parlamentare”.

Che lo dica Quagliariello, per strategia politica, per quanto discutibile, lo si comprende, ma che dei cronisti si prestino a questa lettura dei fatti, a questa verità artata, a danno di colleghi, che oggi si trovano in cassaintegrazione, senza un giornale e con un futuro professionale quanto mai incerto, in balia di una liquidazione piena di punti oscuri e reiterata senza ragioni dal marzo 2014, francamente mi lascia molto perplesso. Era meglio il silenzio di prima, che questa sponda, ulteriormente isolante e debilitante.

Il fatto che fossero infondate le accuse contro Andrea Gentile per il caso “Consulenze d’oro” non toglie l’arroganza e la violenza con cui qualcuno molto vicino a lui e alla sua famiglia pretendeva che non si desse alcuno spazio alla notizia dell’apertura dell’inchiesta. Un abuso contro il quale, ripeto, né Gentile padre, né Gentile figlio hanno agito legalmente con una querela per diffamazione contro chi l’ha perpetrato, ponendosi, come loro “garante”, e dicendosi consapevole, che se “ppe nu chiuritu e culu” (un prurito anale) si fosse pubblicato l’articolo su Gentile jr, il “cinghiale ferito” poi avrebbe “ammazzato tutti”, colpendo i Citrgino, “non solo in tribunale” (per le tante grane giudiziarie in cui sono coinvolti il nostro ex editore e la sua famiglia) “ma addovunque” (cito letteralmente i termini da lui impiegati) .

Il complotto contro il senatore non c’è, non esiste, proprio perchè quella telefonata fu fatta da un intimo delle presunte vittime e solo con lui, se il senatore si sente iniquamente privato del suo ruolo di sottosegretario, dovrebbe prendersela. E invece fin dall’inizio vagheggiò di “ascari” e “manine” al servizio dei suoi nemici. Tutti sanno quanto poco io sia legato al mondo politico, nazionale e locale, e quanto tanto mi sia opposto anche ad Alfredo Citrigno, in difesa di quegli stessi valori e di quegli stessi principi che spinsero la redazione tutta e me a levarci contro la censura dell’Oragate.

Mi hanno detto che il senatore Gentile, edotto entro breve tempo delle chiamate partite dal mio cellulare la mattina del 19 febbraio, quando avevo da poco scoperto che il giornale non era andato in stampa per il falso guasto alle rotative di De Rose, sarebbe stato particolarmente colpito da quelle che feci a Mario Occhiuto (sindaco di Cosenza) e a Jole Santelli (coordinatrice regionale di Forza Italia, pure lei residente in Cosenza), tutti e due non proprio nelle sue grazie. Telefonai loro quella mattina semplicemente per invitarli alla conferenza stampa che si tenne il pomeriggio in cui denunciai la censura subita. Altro che complotto! E per la cronaca, non solo nessuno dei due si fece vedere, ma tutti sanno come nei confronti di entrambi non abbia esitato a esprimere critiche sul loro operato.

Forse, però, un certo modo di vedere le cose è anche colpa dell’atteggiamento prevalente nella stampa locale, tale da rendere inverosimile, almeno all’occhio dei signorotti della politica calabrese, ciò che dovrebbe essere la regola: esercitare la libera informazione, senza alcun altro interesse di schieramento o di altro tipo. Con la libertà e l’onestà di chi non ha pregiudizi, remore, paure, né fini reconditi da coltivare.

È discutibile, in ogni caso, un’altra “quagliarellata”: che la notizia dell’inchiesta aperta su Andrea Gentile fosse stata data da tutti: la Gazzetta del Sud vi dedicò un articolo, ma non di enorme risalto, e inserito nel menabò del giorno non si sa bene in quale orario, Il Quotidiano, invece, bucò del tutto la notizia. De Rose, poi, nella telefonata censoria, ripete più volte di essere sicuro (attorno alla mezzanotte circa del 18 febbraio) che nessuna testata la riporterà “al cento per cento”. L’avevano già divulgata invece i siti del Corriere della Calabria e dell’Ora della Calabria, ma lo stampatore, con disprezzo li riteneva poco importanti, “on line”, dice, nella registrazione, con tono sminuente, inconsapevole della ben maggiore capacità propulsiva (a livello internazionale) di internet rispetto ai media cartacei.

In conclusione, con buona pace di chi costruisce una, nessuna, centomila verità sul “Caso Gentile”, ribaltando la storia del “cinghiale” nella favola del “gabbiano ferito” (parole queste di Tonino, in uno dei suoi tanti sfoghi vittimistici sulle sue dimissioni da sottosegretario) le sole vere vittime di quella bruttissima vicenda, di cui un’intera redazione sta ancora pagando le conseguenze, restano la libertà di stampa e il risveglio pieno delle coscienze in Calabria, una terra dove, complici anche tanti giornalisti, vecchi e nuovi pseudo garantisti, persino parlamentari che si ergono a paladini della legalità, persino una Commissione Antimafia, che non risponde ai ripetuti s.o.s di noi reduci dell’Ora, si permette di dimenticare in fretta tutto, di trasformare la realtà a piacimento dei potentati più coriacei che, abbarbicati ormai in ogni ganglo del vivere civile, difendono il proprio dominio, la palude quiescente di cui si alimentano i loro interessi.

Chi vuole continuare ad alterare la verità a proprio piacimento lo faccia pure, confrontandosi con la propria coscienza e tenendo conto che comunque esiste oltre alla giustizia terrena, quella divina per i credenti, nonché un profilo etico-morale valido allo stesso modo per gli atei e del quale tutti i rappresentanti istituzionali dovrebbero rendersi paladini.

Sappiano tuttavia Quagliarello, i Gentile, e quanti altri tuttavia che non tollererò oltre che i miei colleghi dell’Ora e io veniamo trasformati da “mazziati”, quali siamo nella realtà, a gregari di complotti e quindi a mazziatori. Trovo tutto ciò oltre che una beffa, un danno a un rigore e a una serietà professionale che abbiamo difeso coi fatti, con ogni nostra forza, pur immaginando il triste epilogo odierno. Per questo ho già chiesto ai miei legali di verificare se esistano gli estremi di una querela per diffamazione. Alle vere campagne denigratorie, alle vere violenze mediatiche, chi è tranquillo con la propria coscienza, si oppone così, apertamente, con chiarezza e non lanciando “signali”, fomentando “accorduni”, spargendo fango o dubbi sul prossimo, né utilizzando stralci di verità per diffondere menzogne.

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