Rifondazione comunista: a Cosenza deserto politico e sociale

«E quindi molti Rom non ci sono più, finalmente scacciati per il bene del decoro e dello sviluppo cittadino. Adesso dovrebbe iniziare una nuova pagina per Cosenza». Lo afferma Francesco Campolongo, segretario cittadino di Rifondazione Comunista. «Da oggi in poi – dice Campolongo – non ci saranno più editori a taglieggiare giornalisti precari che vogliono fare il loro lavoro; l’occupazione in picchiata riprenderà magicamente dischiudendo un mondo di lavoro e prosperità economica; le centinaia di famiglie che avrebbero diritto ad una casa non avranno più questo problema e magicamente avranno una casa popolare; i precari e i disoccupati sfortunati che nel nuovo ciclo aureo non si saranno immediatamente ricollocati avranno un reddito a cui attingere e la criminalità sarà un pallido ricordo. Nasce cosi una nuova Cosenza. Certo ancora ci sono neri, omosessuali, ultras, drogati, piccoli spacciatori. C’è un elenco interminabile di cattivi che vanno stanati, educati e cacciati. Verrebbe da riderci se non fosse cosi grave e grossolano il livello di alterazione della realtà che hanno imposto nella crisi alimentando una guerra tra poveri, costruendo un nemico immaginario catalizzatore delle ansie e delle insicurezza di questa crisi sociale infinita. Cosi si possono mettere al sicuro quei criminali della politica che a Roma votano i tagli alla spesa pubblica e ai servizi e poi gridano al “prima gli italiani”, cosi si costruisce un’enorme arma di distrazione di massa funzionale alla preservazione della povertà e della precarietà. Lo abbiamo detto – sostiene il segretario cittadino di Rifondazione comunista – che la soluzione di Occhiuto era uno sgombero soft e cosi è stato. Lo avevamo detto che ci faceva ribrezzo un’opposizione fatta di capetti xenofobi e demagoghi razzisti che attaccava la destra da destra, non chiedendo politiche più inclusive ma una maggiore decisione per il decoro di questa città. Questo spettacolo barbaro non è il peggio che abbiamo visto però. La crisi ha cambiato e incattivito la città, sulle macerie della solitudine e dei diritti sociali cresce la gramigna della xenofobia, nel deserto della speranza fanno da padroni gli imprenditori della paura che si scatenano contro gli ultimi e scodinzolano davanti ai poteri forti. La politica è lo specchio fedele di questo deserto, un megafono della solitudine sociale che si fa messaggio rancoroso e razzista. Gli anni che verranno saranno durissimi e non ci saranno generici appelli alla solidarietà e all’accoglienza che ricostruiranno un’altra città, servirà una stagione durissima di lotta per i diritti sociali sporcandoci le mani nelle contraddizioni di questa società brutta, sporca e cattiva.. Per combattere la guerra tra poveri – conclude Campolongo – dobbiamo scacciare la povertà senza meravigliarci davanti al povero incattivito, ma con la rabbia infinita verso chi costruisce questo deserto sociale e lo chiama decoro».

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