Lettera a Nekrosius sul Paradiso

Illustre Maestro Nekrosius,
chi le scrive è un giornalista di provincia che, per passione e per professione, ama il teatro e, molte volte, scriverne. Le premetto, inoltre, che solitamente odio scrivere articoli in prima persona e, sebbene io sia imbarazzato nel rivolgermi a lei, preferisco utilizzare questa formula perché, quello che segue, non credo possa ritenersi un vero e proprio articolo giornalistico. Le scrivo dopo aver avuto la fortuna di vedere una delle due repliche del suo “Paradiso” andato in scena al Teatro auditorium dell’Università della Calabria. Metto subito le mani avanti e, rendendole merito per la sua opera, mi complimento con chi organizza la stagione perché vedere un Suo spettacolo a queste latitudine non è proprio cosa da tutti i giorni.
Maestro mi perdoni ma io non la capisco. Sarà sicuramente un mio limite ma io non ho capito il suo spettacolo che prende spunto dal nostro Dante. Mi spiego meglio: ho fatto un piccolo esperimento alla fine del suo spettacolo e ho chiesto a diverse persone se l’opera appena vista fosse piaciuta o meno. In tanti, praticamente tutti, mi hanno detto d’aver apprezzato molto il suo spettacolo ma quando ho chiesto il perché non mi ha saputo rispondere quasi nessuno. Vero, lo so, uno spettacolo non è che lo devono capire tutti dall’inizio alla fine ma a lei, che del teatro per “rieducare” (mi passi il termine), le moderne masse e del teatro visionario ha fatto una sorta di missione, questa cosa volevo dirla. Sulle immagini che il suo Paradiso evoca e mostra non c’è assolutamente nulla da dire. Colori intensi che bastano più delle parole lituane pronunciate dai suoi attori (li cito tutti: Rolandas Kazlas nei panni di Dante e Ieva Triskauskaité in quelli di Beatrice e con loro Audronis Rukas, Marija Petraviciuté, Simonas Dovidauskas, Darius Petrovkis, Vygandas Vadeisa, Pijus Ganusauskas, Beata Tiskevic e Juilia Satkauskaité), mescolate a luci e scene che creano suggestioni da mozzare il fiato. Mi hanno suggerito un suo accostamento a David Lynch ed è vero eh, perché lei può rappresentare tutto ciò che vuole che, anche se non si capisce, sarà bello per la suggestione di ciò che si vede. Sì, ma allora che si domanda un cronista di provincia sul suo spettacolo? Perché “osare” sfidare la sua ipotetica ira con una lettera? Perché, Maestro, non ho potuto fare a meno di notare che durante i suoi spettacoli il pubblico vede presente nelle sale tanti attori, addetti ai lavori e giovani ma c’è anche tanta di quella borghesia che lei “combatte”; persone che indossano quel ruolo borghese che ai suoi attori fa svestire mentre sono in scena. C’è chi insomma non ha mai messo prima piede in un teatro e viene a vedere il suo spettacolo perché vede in lei un nome di “grido”. Ecco, è come se rappresentasse una battaglia contro l’esercito avversario che però l’applaude anziché prendere colpi e subire ferite. Sì, mi verrà contestato, ma il teatro deve raggiungere più persone possibili. Vero ma se questo pubblico esce fuori dicendo che ciò che ha visto è bello ma che non lo ha capito allora è come entrare in un negozio di cartoline senza scattare una foto al paesaggio vero. Lei ha avuto il coraggio di rappresentare il Paradiso di Dante Alighieri e tutto questo raddoppia il suo valore. Sa perché Maestro? Perché la Divina Commedia è una delle opere che gli italiani dicono di conoscere a mena dito ma se lei chiede qualcosa che va oltre le prime tre terzine dell’Inferno avrà poche risposte. Noi italiani siamo fatti così: incollati a vedere la televisione con Benigni che legge l’Alighieri ma col cavolo che andiamo a riaprire il libro dopo aver finito gli studi. Lei poi, giustamente secondo il suo sentire, ce la rappresenta in lituano e vedere tante teste che annuiscono, magari in maniera un po’ ipocrita, mi ha fatto sembrare che la rappresentazione fosse quella che avviene in sala e non sul palco.
Ma lei, Maestro Nekrosius, magari tutto ciò lo ha fatto appositamente e questo irriverente cronista di provincia è stato gabbato da una sua astuzia teatrale.
Se è così il mio inchino si fa ancora più riverente; se, (ipotesi davvero, davvero folle), dovesse un giorno leggere questa mia lettera/recensione e le capitasse di meditarci sopra (ipotesi ancora più folle), mi faccia sapere.

Francesco Cangemi

La foto è scattata da Chiara Chiodi

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