Giudice “lumaca”, scarcerati condannati per ‘ndrangheta

Imputati per ‘ndrangheta scarcerati perché dopo quasi un anno il giudice non ha depositato le motivazioni della loro condanna. La vicenda è stata raccontata nell’edizione odierna della Stampa e riguarda i clamorosi risvolti del processo nato dall’inchiesta “Cosa mia”, inchiesta del 2010 promossa dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria su una sanguinosa guerra di mafia che nel corso degli anni ’80-’90 ha fatto registrare ben 52 omicidi. Una parte dell’inchiesta riguardava il “controllo” dei lavori per l’ammodernamento della autostrada A3 Salerno-Reggio, per i quali è stata richiesta alle imprese una tangente del 3% mascherata dalla voce “tassa ambientale” o “costo sicurezza”. Nel 2013 il primo processo giunge alla sua conclusione con 42 sentenze di condanna per un totale di 300 anni di carcere, confermate nel luglio 2015 anche in sede di processo d’appello. Si attendeva il passaggio in Cassazione ma sarebbero scaduti i termini senza che alla Suprema Corte siano arrivate le carte del processo poiché il giudice, dopo 11 mesi, non aveva ancora depositato le motivazioni. Questo ritardo ha determinato la scarcerazione di tre condannati. La vicenda ha scatenato forti proteste del mondo politico e ha indotto il ministro della Giustizia Andrea Orlando a inviare gli ispettori di via Arenula «per acquisire notizie» sul perché di questo “vulnus” giudiziario.

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