Il Pm: D’Agostino prestanome della cosca Raso

La Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria aveva chiesto l’arresto dell’attuale vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco D’Agostino ma il gip l’ha negato. Secondo l’accusa, D’Agostino, titolare della ditta Stocco e Stocco, attiva nel settore della vendita all’ingrosso di gelati, prodotti ittici e altri alimenti, lo sarebbe stato solo formalmente dal momento che, sempre secondo la Dda, i reali proprietari erano Girolamo “Jimmy” Giovinazzo, Francesco Gullace e lo zio Girolamo Raso, boss dell’omonima cosca deceduto negli anni scorsi. L’accusa ha ricavato il proprio convincimento da alcuni elementi. Tra questi le dichiarazioni di una collaboratrice di giustizia, Tiziana Ostertag (secondo il gip, però, «non sufficientemente ed inequivocabilmente riscontrate», ndr), che ha dichiarato di avere appreso in ambito familiare che l’attività fosse riconducibile al fratello di Carmelo Gullace, Francesco detto Ciccio. Inoltre, agli atti, c’è una intercettazione del marzo 2010 tra Francesca Politi, detta “Luciana”, e la sorella Mimma Politi, nipoti del defunto boss Girolamo Raso, in cui le donne, commentando la decisione dei vertici della cosca di allontanare Jimmy Giovinazzo dalla Calabria per dei controlli subiti dalla Guardia di finanza e dei problemi giudiziari che ne erano conseguiti, affermavano che era intenzione di Carmelo Gullace «cacciare» Jimmy dalla gestione delle varie attività imprenditoriali, per poter «stare più tranquillo con questo dello stocco». In una circostanza, inoltre, il boss Girolamo Mommo Raso aveva detto di andare a prendere dello stocco e di non pagarlo perché era «per lui». L’assunto accusatorio, per il gip, «non è condivisibile, essendo dalle indagini emerso un’immanente accessibilità all’Azienda da parte degli indagati, leggibile piuttosto attraverso la contestualizzazione dell’attività aziendale esercitata in territori nei quali nulla si muove e alcuna iniziativa si intraprende senza il controllo delle cosche ivi imperanti che, anche nel corso della gestione delle imprese, non lesinano di atteggiarsi a “padroni” della stessa, le cui prestazioni e partecipazione sono gratuitamente dovute, in forza di un genetico compromesso». (Ansa)

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