La democrazia sospesa nel Cas di Camigliatello

Luca Mannarino e Emilia Corea, referenti della Campagna LasciateCIEntrare hanno effettuato una visita di monitoraggio presso il Centro accoglienza straordinaria, Cas, “La Fenice” di Camigliatello Silano al centro dell’attenzione di movimenti e associazioni che si occupano dei diritti dei migranti e hanno trovato come una sorta di “democrazia sospesa” dove chi vive all’interno della struttura non riceve i minimi diritti essenziali per sopravvivere.
«E’ una calda estate quella che è appena cominciata! – scrivono i due nella nota diffusa dopo la visita – Navi cariche di morte e disperazione continuano ad approdare sulle nostre coste, mentre centinaia di corpi che affiorano sulle acque del Mediterraneo richiamano alla memoria le fosse comuni di stampo nazista. Intanto, nuovi ghetti adibiti all’ “accoglienza” dei superstiti sorgono ovunque sui nostri territori. Li chiamano “Centri di accoglienza straordinari”. Ma non accolgono, non proteggono, non tutelano. E’ l’Europa della pseudo-civiltà, dei diritti negati, del trionfo della logica del profitto! Quello che segue è l’ennesimo resoconto di una visita effettuata all’interno di uno dei tanti centri di accoglienza straordinaria della Provincia di Cosenza».
Continuano Mannarino e Corea: «Il 16 e il 17 luglio scorsi ci siamo recati all’interno del Centro di accoglienza straordinaria di Camigliatello Silano, piccola frazione del comune di Spezzano della Sila. Il Centro visitato è quello adibito all’interno dell’ex hotel “La Fenice”, gestito da Animed (Associazione nazionale interculturale mediterranea). Al suo interno vengono ospitati circa 170 persone, tra cui 8 donne e, probabilmente, 8 minori (secondo quanto segnalatoci da un consigliere comunale): 50 sono state trasferite da un b&b, sempre all’interno del territorio di Camigliatello, in cui, poco meno di un mese fa, era stato aperto un Cas; 30 richiedenti asilo curdi, pakistani e afghani che nelle giornate comprese tra la fine di giugno e gli inizi di luglio avevano protestato davanti alla Prefettura di Cosenza; gli altri, a più riprese, sono stati trasferiti direttamente dagli innumerevoli sbarchi che si stanno susseguendo sulle coste calabresi e siciliane. Poco meno di un mese fa, il 25 giugno, alcuni di noi, proprio all’interno di quel b&b in cui era stato precedentemente aperto il Cas in questione, incontrarono la presidente della citata Animed, Cinzia Falcone, la quale non fece mistero del fatto che aspettasse la nostra visita. In quell’occasione, a 10 giorni dalla sua apertura, raccontò di una gestione del centro a dir poco perfetta. Mostrò le dispense zeppe di fette biscottate, creme, saponi, detersivi, perfettamente ordinati, e gli scatoloni, appena arrivati, pieni di infradito da mare da distribuire ai ragazzi ospiti, che loro stessi comprarono su internet. Raccontò di un menù settimanale, portato al centro dal ristorante “Il Nibbio”, che venne fatto redigere agli stessi migranti, di un welcome bag (kit di prima accoglienza) consegnato a tutti gli ospiti, così come 8 schede telefoniche per le chiamate internazionali, e di un punto internet sempre a loro disposizione all’interno della cucina. Raccontò ancora di tutti gli iter relativi ai controlli sanitari e al rilascio del permesso di soggiorno temporaneo che, secondo quanto riferito, erano già tutti avviati, ma per i quali attendevano risposte da parte dell’Asp di Castrovillari e della Prefettura. Intanto, ci tenne a sottolineare, alcuni migranti avevano richiesto dei test sanitari “preventivi”, e, i prelievi fatti all’interno del centro stesso, erano stati pagati dai gestori. Il pocket-money dovuto, ci disse, era stato distribuito a tutti gli ospiti e il martedì della settimana seguente sarebbero iniziati i corsi di italiano all’interno dell’oratorio del paese. Totalmente diverse furono, invece, le nostre impressioni e, soprattutto, la versione dei ragazzi ospitati».
«Dopo circa un mese, dunque – proseguono gli attivisti – per la gioia di chi guadagna su ogni singola persona al suo interno, il Centro di accoglienza in questione si è miracolosamente ingrandito, tanto da aver spostato la sua locazione in una struttura alberghiera in disuso. Dopo circa un mese, però, la situazione al’interno del Cas si è notevolmente aggravata. Appena arrivati al centro abbiamo trovato vecchi e nuovi amici, costretti a vivere in uno dei nuovi lager della nostra epoca. Appena arrivati lì abbiamo avuto modo di percepire tutta la loro rabbia e preoccupazione per la loro condizione attuale e per l’impossibilità di immaginarne una futura. Appena arrivati abbiamo, per l’ennesima volta, percepito la superficialità e l’indifferenza con cui gli enti competenti e i privati affidatari trattano le tante vite umane che si ritrovano a gestire, considerate nulla più che numeri dagli uni e, soprattutto, fonte di ricchezza dagli altri. Quindi, decaduta l’attenuante relativa alla fase di assestamento iniziale, con cui si era più volte giustificata la gestrice del centro durante il nostro primo incontro, ci chiediamo perché, dopo un mese dal loro arrivo, gran parte degli ospiti del centro, così come ci raccontano loro stessi, e sicuramente tutti i 50 che prima erano nel b&b, (e per i quali, a detta della stessa presidente, erano già state avviate tutte le procedure del caso) non sono neanche in possesso del Modello C3, con cui viene formalizzata la domanda di richiedente protezione internazionale, e che ha la validità di un vero e proprio permesso di soggiorno temporaneo? E come mai ancora nessuno dei ragazzi ha effettuato gli accertamenti sanitari del caso, né risulta, ovviamente, iscritto al Servizio sanitario nazionale? A quale strano impedimento bisogna addebitare il fatto che quello splendido menù che ci è stato presentato un mese prima, ancora oggi non sia neanche lontanamente simile a quello che i ragazzi sono costretti a mangiare ogni giorno: pasta, riso, patate e, una volta a settimana, carne di pollo? Perché nessuno dei ragazzi, secondo quanto riferitoci dagli stessi, ha avuto ancora un telefono e/o una scheda telefonica e/o la possibilità di accedere ad internet, nonostante le bellissime parole e il bell’angolo organizzato dalla signora Falcone durante la nostra prima “attesa” visita?».
«Quella che ci si presenta davanti è, dunque, una situazione a dir poco pessima – è scritto ancora nel report post visita – molti degli ospiti sono, infatti, costretti a dormire su materassi stesi sul pavimento, senza lenzuola né cuscini; la corrente elettrica all’interno della struttura è assente per molte ore al giorno, garantita solo da un gruppo elettrogeno che, ovviamente non può sostenere il fabbisogno di 170 persone; stessa cosa dicasi per l’inesistente acqua calda. I ragazzi ci mostrano, inoltre, abrasioni e irritazioni cutanee sulle loro gambe lamentando la mancanza di assistenza sanitaria. I fili dell’impianto elettrico, all’interno delle stanze sono scoperti e molti bagni sono privi di rubinetteria; tutti gli abiti che hanno addosso, eccetto le famose ciabatte da mare, sono stati donati dalla popolazione locale; il pocket-money non è stato più erogato; per poter mangiare sono costretti a risse quotidiane, in considerazione del fatto che la “sala mensa” del centro ha al suo interno un solo tavolo, dove viene adagiato il vitto. Aggiungono che 30 ragazzi, qualche giorno prima della nostra visita, sono stati trasferiti d’urgenza chissà dove, per aver osato protestare contro la condizione in cui erano costretti a vivere, e precedentemente descritta. Almeno due ragazzi incontrati, infine, riferiscono di essere minorenni ma di essere stati costretti, all’arrivo, a dichiarare un’età anagrafica diversa. Ad aggravare il tutto è il contesto entro cui si trovano a vivere: il trasferimento di decine e decine di migranti all’interno di un piccolo centro silano, senza un’interlocuzione con le amministrazioni locali, e senza seri programmi di integrazione che passino per la conoscenza dell’altro, porta, inevitabilmente, a timori e malcontenti all’interno di una popolazione che, spesso e volentieri, ignora la grande possibilità di “contaminazione”, e il conseguente arricchimento, che gli viene offerto. Perché ci fate tutte queste domande? Ci avevano chiesto i richiedenti asilo nel corso della nostra precedente visita. Guardate come viviamo, guardate come siamo ridotti, le nostre cicatrici, i nostri vestiti. Guardate nei nostri occhi. Non avrete bisogno di chiederci altro. Abbiamo guardato! Con l’amara consapevolezza che, ancora una volta, la nostra denuncia verrà accolta con indifferenza da coloro che dovrebbero vigilare affinché condizioni di vita dignitose siano garantite a chi, in fuga da bombe, guerre e tortura ha visto, invece, naufragare le sue speranze di una vita migliore all’interno degli steccati della Fortezza Europa. Del suo egoismo, della sua disumanità!».

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