Dal Senato al carcere, il giovedì “nero” di Caridi

Il giorno più nero del reggino Antonio Stefano Caridi comincia alle 9.30, quando il presidente del Senato Pietro Grasso inverte l’ordine dei lavori aumentando, in maniera decisiva, le probabilità che l’Aula voti sul destino del senatore prima della pausa estiva. Caridi è assente, «impreparato», come sottolinea il capogruppo Gal Mario Ferrara. Si palesa solo in tarda mattinata e all’Assemblea proclama con fermezza la sua innocenza chiedendo al Senato «di non perpetuare un’ingiustizia». Così non sarà: poco più di tre ore dopo Caridi abbandonerà Palazzo Madama da uomo non più libero. L’ex mister preferenze della provincia di Reggio Calabria, un passato nel Pdl e una parentesi di un anno in Ncd, parla subito dopo la bocciatura delle questioni pregiudiziali presentate dal centrodestra. «Sono innocente e non ho mai svenduto il mio ruolo di parlamentare, né ho mai stipulato patti con la criminalità organizzata», scandisce Caridi definendo «sconvolgente e ingiusta» l’accusa dei pm di Reggio Calabria, secondo i quali sarebbe stato un «dirigente ed organizzatore della componente “riservata” della ‘ndrangheta». Una Cupola segreta, di fatto, nella quale – viene accusato – Caridi aveva un ruolo guida. Nulla di vero, è la controaccusa del senatore calabrese, che facendo riferimento alle tornate elettorali del 2000 e del 2005, sottolinea: «Come è possibile comandare le cosche, influire sulle elezioni e poi perderle?». E rivolgendosi all’aula Caridi fa un ultimo appello: «affido alla vostra coscienza l’integrità di quest’organo parlamentare prima che della mia libertà». Parole che non cambiano di una virgola la decisione finale: su Caridi non sussiste fumus persecutionis. I 154 sì che, a voto segreto, sanciscono il via libera all’arresto del senatore sono accolti da un inedito silenzio. Fino ad allora, infatti, in Aula avevano regnato tensione e caos, con la trincea difensiva di Fi, Ap e Gal, il gesto delle manette rivolto al Pd dalla senatrice M5S Elena Fattori (che poi si scusa), il tentativo, stoppato da Grasso, dei pentastellati di filmare Caridi nel corso del suo intervento. Caridi accoglie la “sentenza” rosso in volto, commosso fino alle lacrime. Viene prima intrattenuto dai baci e abbracci dei suoi colleghi del centrodestra, poi esce dall’emiciclo quasi sorretto dal collega Ferrara, che allontana bruscamente i cronisti che attendevano. E vana è l’attesa di fotografi e giornalisti anche fuori dal Palazzo: «è uscito, sciacalli», annuncia velenoso Maurizio Gasparri mentre di Caridi, agli ingressi del Senato, non pare esserci traccia. Il senatore si consegna in serata, accompagnato dal suo avvocato, al carcere di romano di Rebibbia: il suo legale aveva escluso che avrebbe scelto Reggio Calabria come sede della sua detenzione. Eppure, Caridi si era detto certo della sua innocenza. «Sono sicuro che questo mi verrà riconosciuto in sede giudiziaria», sono alcune delle ultime sue parole da senatore. Un senatore che non era certo tra i più “rumorosi” a Palazzo Madama. «Nessuno ci ha mai parlato troppo, era defilato», spiega Carlo Giovanardi che, fino a oggi, gli sedeva a un solo scranno di distanza. Uno di quelli che, in Aula, più lo ha difeso. (Ansa)

 

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