Afterhours, musica e adrenalina: ecco il successo del quarto Color Fest

Muovono ancora le molecole immobili provocando brividi lungo la schiena di tutto il pubblico che ha partecipato alla serata finale della quarta edizione del Color Fest. Anche se non eseguono dal vivo “Lasciami leccare l’adrenalina”, gli Afterhours fra le mura dell’Abbazia benedettina di Lamezia Terme ne secernono parecchia accontentando tre fasce di “ascoltatori” con due ore di concerto.
C’è chi li segue dalla prima ora, ci sono i fan di nuova generazione e ci sono quelli che non rientrano né nella prima e né nella seconda ma che hanno avuto il privilegio di poter assistere ad un live fatto da rock di altissimo livello. Magnelli e i suoi (non ce ne voglia nessuno ma Roberto Dell’Era al basso e, soprattutto, Xabier Iriondo, alla chitarra principale, regalerebbero entertainment anche solo con loro la presenza fisica), spaziano dall’ultimo album “Folfiri o Folfox”, con in testa la bella “Non voglio ritrovare il tuo nome”, per tornare indietro a brani storici di “Hai paura del buio?” (strepitoso il vocalist in “Male di miele” mentre troneggia in piedi, ad un passo dal pubblico, con la sua maglietta “God is sound”), “Non è per sempre” (altro e alto momento cult del concerto del Color) e con “Pop” di “Germi”, che serve al cantante per mandare al diavolo chi lo critica per la sua imminente partecipazione al talent X Factor come giudice. Non vengono tralasciate canzoni di “Quello che non c’è”, “Ballate per piccole iene” e “Padania”. Il Color Fest, organizzato da “Che cosa sono le nuvole”, ha avuto il grande merito di riportare la band lombarda alle latitudini calabresi dalle quali mancavano ormai da troppo tempo. Nella due giorni dell’Abbazia si sono esibiti, oltre agli Afterhours, Calcutta, Lodo Guenzi de Lo Stato sociale, Wrongonyou, Pop X, Scarda, Parkwave, Mannaro, Autori appesi, The Great saunites, Attilio Novellino e ancora L’Officina della camomilla, Captain Quentin, Carmine Torchia, Elektrojezus. Una menzione particolare va al vibonese Yosonu, al secolo Peppe Costa, che porta in giro un progetto musicale senza suonare nessuno strumento propriamente detto. Yosonu apparentemente lascia creare l’idea, guardandolo e ascoltandolo, che con una spesa da 60 euro all’Ikea lui possa far suonare qualunque cosa. E’ così. Sul prezzo e sul luogo dove ha comprato gli oggetti si può sbagliare ma è impossibile non riconoscergli una tecnica e un’inventiva di altissimo livello. Con l’uso di distorsioni e loop, il batterista Costa diventa una intera orchestra grazie al suo corpo e agli oggetti che muove. Avrebbe incuriosito sicuramente Stefano Cuzzocrea, giornalista musicale andato via troppo, troppo, presto da questa Terra, a cui il Color Fest dedica il palco principale e la presentazione, curata da To Be Pop, del libro postumo “Ho un complesso rock”, una raccolta dei suoi articoli su tutti i protagonisti della nuova musica (e non solo) degli ultimi quindici anni e edito da Round Robin. Applausi. Per questo e per tutta la quarta edizione agli organizzatori del Color.

Francesco Cangemi

la foto è presa da outsiders webzine, scattata da antonello valdini

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