Delitto Caccia, sospetti su un terrorista-‘ndranghetista

Spunta il nome di un ex affiliato dell’organizzazione terroristica “Prima Linea” nelle carte del processo, in corso a Milano, per l’omicidio del procuratore torinese Bruno Caccia, commesso nel 1983.

Si tratta di Francesco D’Onofrio, 61 anni, originario di Mileto in provincia di Vibo Valentia, oggi considerato dagli inquirenti torinesi legato alla ‘ndrangheta. A chiamarlo in causa è stato un pentito, Domenico Agresta, collaboratore di giustizia, interrogato dal pm Marcello Tatangelo a metà novembre. A sparare contro l’allora procuratore di Torino, fece mettere a verbale il collaboratore di giustizia, furono in due: Rocco Schirripa (il panettiere già sotto processo a Milano come esecutore materiale dell’omicidio) e, appunto, D’Onofrio (al centro nella foto, tratta dal sito della Stampa). Quel verbale di interrogatorio è così arrivato sulla scrivania del pm Tatangelo che, per avere un quadro più chiaro, ha voluto risentire il pentito. E per la seconda volta Agresta ha confermato la sua versione dei fatti, chiamando direttamente in causa D’Onofrio, che ora risulta indagato a piede libero dalla Dda di Milano per l’omicidio Caccia. Dopo le rivelazioni di Agresta, D’Onofrio dovrà anche difendersi dall’accusa di aver fatto parte, insieme a Schirripa, della “locale” torinese guidata da Domenico Belfiore, il boss calabrese già condannato all’ergastolo come mandante del delitto Caccia. Il nome di D’Onofrio, iscritto nel registro degli indagati da mesi ormai, era stato “omissato” nel primo deposito dei verbali del pentito avvenuto a ridosso di Natale 2016 per ovvi motivi di segretezza investigativa. Ora la sua identità non è più coperta: già militante di Prima Linea, in rapporti coi Colp (Comunisti organizzati per la liberazione proletaria), D’Onofrio, dissociatosi dalla lotta armata nel 1987, è stato recentemente condannato a 9 anni nell’appello/bis del processo “Crimine/Minotauro” con l’accusa di essere uno dei capi della ‘ndrangheta torinese. Di lui parlano in macchina boss e gregari quasi tutti condannati all’esito dei processi. Secondo l’accusa avrebbe ricevuto la dote di “padrino” in Calabria direttamente dai vertici dell’organizzazione a Siderno. 

 

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